Questo articolo riassume perché il ciclo del credito genera fasi alterne di espansione e di recessione. Solo tenendo presente questo aspetto è possibile comprenderle appieno man mano che le condizioni economiche attuali evolvono.
Il lettore viene guidato attraverso tre modelli monetari: un'economia a moneta fissa, una governata dalle variazioni del credito bancario e, infine, le conseguenze dell'intervento della banca centrale.
L'economia classica ha fornito la base per comprendere gli effetti dell'espansione del credito bancario. Questa teoria, incarnata nella divisione del lavoro, sfuggì a Keynes, che era determinato a giustificare un ruolo interventista dello Stato nell'economia.
Le politiche neokeynesiane sono responsabili della crescente interferenza monetaria. Questo articolo ricorda le distorsioni introdotte dal ciclo del credito e perché le politiche monetarie delle banche centrali sono fondamentalmente distruttive dell'ordine economico consolidato che esiste senza espansione monetaria.
Definire il problema
Il ciclo del credito guida il ciclo economico, o ciclo commerciale. Dovrebbe essere ovvio che le variazioni della quantità di moneta, per lo più sotto forma di credito bancario, hanno un effetto sulle condizioni economiche. Ed è proprio per questo che le banche centrali attuano una politica monetaria. Aumentando la quantità di moneta in circolazione e incoraggiando le banche a concedere prestiti, una banca centrale mira a raggiungere la piena occupazione. A parte il quantitative easing, lo strumento principale è la gestione dei tassi di interesse, partendo dal presupposto che rappresentino il "prezzo" del denaro.
Ma esiste anche un effetto ciclico di espansione e crollo, legato alle variazioni della disponibilità di credito bancario, e così le banche centrali moderne hanno cercato di favorire l'espansione ed evitare la recessione.
Questo è il Santo Graal della politica sui tassi di interesse. Se si assume che l'interesse sia il prezzo del denaro, dovrebbe esserci quindi una correlazione tra le variazioni dei tassi di interesse e le variazioni del livello generale dei prezzi. In altre parole, gestire i tassi di interesse dovrebbe permettere a una banca centrale di gestire il livello generale dei prezzi e, di conseguenza, a quanto si dice, di influenzare il livello della domanda dei consumatori. Ma le evidenze empiriche lo smentiscono. Il poco conosciuto paradosso di Gibson dimostra che questa correlazione non c'è stata e che, al contrario, a correlarsi sono il livello dei prezzi e i tassi di interesse nominali, come mostra la Figura 1 qui sotto, relativa all'esperienza della Gran Bretagna lungo un periodo di 225 anni di mercati relativamente liberi.

Il rendimento obbligazionario è quello dei Consols, titoli senza scadenza che, con poche variazioni, fungono da indicatore efficace dei costi di finanziamento all'ingrosso, poiché non risentono dell'effetto di attrazione di un rendimento lordo a scadenza.
Si confronti la correlazione della Figura 1 con la mancanza di correlazione della Figura 2, che non mostra alcuna correlazione tra i costi di finanziamento all'ingrosso e il tasso di inflazione dei prezzi.

Keynes in persona, nel 1930, definì il fenomeno un paradosso, confermando le osservazioni di Thomas Tooke del 1844 e quelle di Alfred Gibson, che gli diede il nome e ne scrisse in un articolo per Banker’s Magazine nel 1923. Eppure nessuno, nemmeno luminari come lo stesso Keynes, Irving Fisher, Milton Friedman e perfino Knut Wicksell, l’economista svedese ricordato per il suo lavoro pionieristico sui tassi di interesse, è riuscito a risolvere il paradosso.
La soluzione del paradosso di Gibson si rivela molto semplice, e nel 2015 ho scritto un saggio in proposito per Goldmoney. Un imprenditore che destina capitale alla produzione di un bene ha, nei suoi calcoli, un importante punto di riferimento che non può ignorare: il prezzo al quale può aspettarsi di vendere il suo prodotto. Se il prezzo è in aumento, può permettersi di pagare un tasso di interesse più alto, e vale anche il contrario. Questa tendenza sarebbe particolarmente marcata se il profitto atteso sul suo prodotto fosse sperimentato anche da altri produttori, cioè se il livello generale dei prezzi fosse in crescita. Vedremmo allora che la maggiore domanda di capitale monetario farebbe salire i tassi, modificando il rapporto tra risparmio e consumo fino a trovare un nuovo equilibrio.
Ci dice anche un’altra cosa: le imprese sono disposte a fare offerte più alte per ottenere risparmio, invece di considerarlo semplicemente il risultato della decisione dei risparmiatori di rinviare una parte dei propri consumi. Di conseguenza, il tentativo delle banche centrali di manipolare il tasso di risparmio attraverso i tassi di interesse è destinato a fallire, perché scavalca, invece di integrarlo, il legame vitale tra la domanda di capitale, che proviene dalle imprese, e la sua offerta da parte dei risparmiatori che, al margine, preferirebbero spendere piuttosto che risparmiare.
Se è abbastanza marcata, a un certo punto la soppressione dei tassi di interesse incoraggerà le imprese a investire più capitale nella produzione, ma la motivazione non dipende più dalle aspettative sulla domanda futura, bensì dall’opportunità di accedere a prestiti resi artificialmente economici. La propensione al risparmio si riduce in modo sostanziale, e il meccanismo di mercato ne risulta alterato alla radice.
Il motivo per cui lo sottolineo è che anche l’evidenza empirica mostra che i tassi di interesse sono inefficaci come strumento di politica monetaria per controllare il livello generale dei prezzi. Ma poiché la spiegazione era sfuggita a Keynes et al., il fenomeno fu etichettato come paradosso e semplicemente ignorato. Perché tutti i principali economisti che dopo Tooke si sono occupati del fenomeno non hanno trovato la soluzione? Chiusi nelle loro torri d’avorio, avevano poca o nessuna esperienza, o comprensione, di ciò che serve per essere un imprenditore di successo.
Del resto non ce l’hanno nemmeno i banchieri centrali. È chiaro che la politica delle banche centrali sui tassi di interesse è irrimediabilmente viziata per questa ragione. Il fatto che i tassi di interesse non siano soltanto il prezzo del denaro, ma riflettano la differenza tra il possesso di un bene (non di denaro!) e il suo possesso futuro collega la teoria dello scambio al paradosso di Gibson, e non lo fanno le ipotesi delle banche centrali, secondo cui il denaro sarebbe un bene a sé e l’interesse il suo prezzo. Questo colpisce al cuore l’economia keynesiana e demolisce la sua concezione di come andrebbe gestito il ciclo di espansione e recessione.
Nel capitolo 22 della sua Teoria generale, Keynes propose una propria spiegazione del ciclo economico, che in breve era la seguente. Riteneva che le oscillazioni della propensione al consumo avessero un ruolo. In altre parole, i cambiamenti nel rapporto tra consumo e risparmio, che altrove descrisse come governati dagli “spiriti animali” e dal “paradosso del risparmio”. Ma questa è una scappatoia, non una spiegazione. In secondo luogo, riteneva che le variazioni della preferenza per la liquidità fossero un fattore, un argomento che riecheggia il suo paradosso del risparmio, ma a livello d’impresa. Anche questa non è una spiegazione, perché presuppone che il denaro sottratto agli investimenti resti inattivo: non è così, a meno che non sia tenuto in banconote. In realtà viene sempre reimpiegato altrove attraverso il sistema bancario.
E in terzo luogo cita l’efficienza marginale del capitale, una sua invenzione, che sembra descrivere il punto in cui il valore scontato di un investimento produce un rendimento superiore al tasso di interesse. Anche questo è sbagliato: il confronto corretto è tra impieghi alternativi del capitale. Inoltre, un imprenditore sa che calcolare l’efficienza marginale del capitale scontando il proprio investimento lungo la vita di un progetto è pura congettura avvolta in un modello matematico. Gli conviene di più valutare i mercati futuri del suo prodotto, dove la sua conoscenza e il suo istinto imprenditoriale gli danno un vantaggio, e poi calcolare i costi coinvolti prima di decidere se l’operazione sia redditizia per lui.
Niente di tutto questo spiega la natura ciclica del ciclo economico. Qui Keynes si confonde, sostenendo che la recessione sia il risultato di mercati finanziari organizzati, influenzati da acquirenti in gran parte ignari di ciò che comprano e da speculatori a caccia del guadagno rapido, invece di fare una stima ragionevole del rendimento futuro dei beni capitali. Sarebbe questa, secondo Keynes, la condizione che porta a mercati troppo ottimistici e troppo comprati, che crollano con forza improvvisa e catastrofica.
Keynes riteneva chiaramente che, in quanto economista, conoscesse le attività delle imprese meglio degli imprenditori stessi, che le fanno passare attraverso i mercati: un’idea che persiste tra i neokeynesiani che pianificano oggi la politica monetaria, e che si è spinta ancora oltre, fino al controllo totale dei mercati.
Senza una spiegazione adeguata, Keynes dà poi per scontato che “lo sgomento e l’incertezza del futuro” accompagnino un crollo dell’efficienza marginale del capitale, seguito da un aumento della preferenza per la liquidità e quindi da un rialzo dei tassi di interesse. Verrebbe da pensare che l’aumento dei tassi di interesse sia il preludio al crollo dell’efficienza marginale del capitale e all’aumento delle preferenze per la liquidità, e non il contrario, come presume Keynes.
Gran parte dei problemi dell’economia di Keynes deriva dalle sue definizioni sfuggenti, molte delle quali sono ormai entrate nel lessico economico. Ma questo rapido esame del capitolo 22 sul ciclo economico nella sua Teoria generale rivela i principali errori che ancora oggi guidano chi decide la politica delle banche centrali. Non si menziona mai il ruolo dell’espansione del credito bancario.
Per capire meglio il ciclo economico ci rivolgiamo ad alcuni elementi di teoria di base precedenti a Keynes.
Cosa succede quando non c'è alcuna variazione della quantità di moneta
Prima di passare a ciò che determina un ciclo economico di espansione e recessione, dobbiamo innanzitutto capire la condizione di un'economia in cui la quantità di moneta non cambia. Non importa che cosa sia la moneta, conta solo che sia accettata da tutti come tale. Vale a dire, una merce con l'unica funzione di fare da intermediaria nello scambio tra il lavoro e i beni e servizi, e di facilitare la scelta tra beni e servizi diversi. Alla radice dello scambio non c'è la moneta, ma il fatto che essa permette di confrontare il valore dei beni.
È dunque il fondamento della divisione del lavoro, descritta in modo celebre dall'economista francese Jean-Baptiste Say nel 1803 con queste parole:
Vale la pena di osservare che un prodotto, non appena viene creato, offre da quell'istante un mercato per altri prodotti, per tutta l'estensione del proprio valore. Quando il produttore ha dato l'ultimo tocco al suo prodotto, ha una gran fretta di venderlo subito, perché il suo valore non diminuisca nelle sue mani; né ha meno fretta di disfarsi del denaro che ne ricava, perché anche il valore del denaro è deperibile, ma l'unico modo di sbarazzarsi del denaro è acquistare qualche prodotto. Così, la mera circostanza della creazione di un prodotto apre subito uno sbocco ad altri prodotti.
E
Il denaro svolge solo una funzione momentanea in questo doppio scambio e, quando la transazione si chiude, si scoprirà sempre che un tipo di merce è stato scambiato con un altro. (Trattato di economia politica – 1803)
Teniamo presente che queste parole furono scritte in un periodo incerto per la Francia, dopo il crollo degli assignats e dei mandats territoriaux, due forme di valuta emesse dallo Stato nel decennio precedente: da qui il richiamo a disfarsi subito del denaro. Per il resto, è una descrizione corretta di come produttori e consumatori, sempre diversi ma in realtà le stesse persone, usano la moneta e del suo vero scopo.
Il significato di queste due affermazioni fu poi chiamato legge di Say. Erano così palesemente vere che Keynes ebbe difficoltà ad aggirarle per poter creare un ruolo economico per lo Stato, che era lo scopo nascosto della sua Teoria generale. La sua soluzione fu ridurre al minimo ogni menzione della legge di Say e limitarla a un solo riferimento all'inizio (pagina 26). E quel riferimento era un'altra delle sue definizioni ambigue:
«Così la legge di Say, secondo cui il prezzo di domanda aggregata del prodotto nel suo complesso è uguale al suo prezzo di offerta aggregata per tutti i volumi di produzione, equivale alla tesi che non vi è alcun ostacolo alla piena occupazione.»
Questa non è la legge di Say. Che cos'è il prezzo di domanda aggregata del prodotto? È puro nonsenso, come il prezzo di offerta aggregata per tutti i volumi di produzione. Queste espressioni altisonanti distolgono l'attenzione dalle ovvietà della legge di Say: dividiamo il nostro lavoro per massimizzare la produzione vendibile, così da ottenere i beni e i servizi di cui abbiamo bisogno e che desideriamo. Non si fa alcun cenno alla piena occupazione. Ci sarà sempre disoccupazione tra chi non è in grado di lavorare, chi non ha voglia di farlo, i malati e gli anziani. Ma queste persone hanno bisogno o di propri risparmi a cui attingere o di benefattori che le sostengano. Famiglia, enti benefici e Stato svolgono questa funzione, ma in tutti questi casi il sostegno deve venire da chi produce. La legge di Say non è, e non è mai stata, equivalente alla tesi che non vi sia alcun ostacolo alla piena occupazione.
Quanto alla questione della disoccupazione in senso più ampio, la manipolazione della moneta di stampo neokeynesiano e il sostegno alle imprese che non soddisfano il consumatore hanno coinciso con l'aumento della disoccupazione.
Risulterà evidente che la quantità di moneta presente nell'economia è irrilevante per il suo funzionamento efficiente, per cui avere una quantità fissa di valuta in circolazione non comprometterà in alcun modo il funzionamento dell'economia. Beni e servizi sono prodotti unicamente per soddisfare consumatori e altre imprese, che a loro volta producono beni e servizi per altri. L'economia si evolve continuamente e, attraverso i mercati liberi, gli imprenditori impiegano il capitale scarso nel modo più efficiente possibile in vista del profitto. L'offerta di capitale proviene dai risparmi dei consumatori, insieme al denaro accantonato a tale scopo dagli stessi produttori.
I produttori incoraggiano i consumatori a rinviare parte dei loro consumi, compensandoli con un importo che supera il valore da essi attribuito al possesso di beni nel presente rispetto al possesso in una data futura. Il meccanismo, i tassi di interesse, viene spinto al rialzo fino a ottenere il livello di consumo differito necessario a finanziare gli investimenti richiesti per produrre i beni che saranno domandati in futuro. I tassi rifletteranno tre componenti: il tasso originario, equiparabile a una preferenza temporale generale che riflette i diversi valori del possesso presente e del possesso futuro; il rischio di perdita del capitale; e un valore imprenditoriale, perché gli obbligazionisti e i proprietari delle imprese condividono un obiettivo comune anche se, sul piano contrattuale, i loro interessi sono separati.
Il capitale monetario messo a disposizione della classe imprenditoriale viene combinato con altri fattori di produzione, come lavoro, materie prime, macchinari, semilavorati e una struttura per produrre beni e servizi.
Così, un'economia ha tutto ciò che serve per soddisfare le richieste in evoluzione dei consumatori: una quantità fissa di moneta, di cui una parte è trattenuta come risparmio per investire nella produzione, la produzione e, infine, il consumo stesso. Alcune imprese falliscono e altre nascono. La divisione del lavoro assicura che tutti siano occupati, con l'eccezione di chi non è in grado di lavorare, che è mantenuto da chi lavora o sostenuto dai propri risparmi.
I prezzi dei singoli beni e servizi salgono e scendono in base ai cambiamenti della domanda e alle previsioni dei produttori nel rispondere a tali cambiamenti. È in questo contesto che si applica la descrizione di distruzione creatrice data da Schumpeter. La produzione di beni e servizi che non generano i rendimenti attesi viene rapidamente abbandonata e il capitale, in tutte le sue forme, viene ridistribuito verso usi più produttivi e redditizi. L'arbitro di questo processo è sempre il cliente consumatore. Qualsiasi impresa che non soddisfa il cliente fallisce da sé.
Nel nostro esempio di economia a moneta fissa, l'intervento del governo si limita a ridistribuire la moneta esistente. Poiché un governo è sempre burocratico e interventista, sottrae qualcosa al progresso economico che altrimenti si otterrebbe; per questo un governo che spende molto frena il progresso economico, mentre un governo che spende poco ne consente un grado maggiore. L'intervento governativo di natura non monetaria cambia soltanto il livello del progresso economico e non dà luogo a un comportamento ciclico.
Gli effetti delle variazioni della quantità di moneta
Modifichiamo ora il nostro modello per tenere conto delle fluttuazioni nella quantità di moneta in circolazione. Possiamo vedere che esiste un fattore aggiuntivo rispetto alle condizioni della legge di Say: c'è moneta la cui origine economica non è quella di un produttore che vende o di un consumatore che spende. Tuttavia, essendo del tutto fungibile con la moneta esistente, non ha un'identità diversa.
Senza l'intervento dello Stato, la fonte della moneta aggiuntiva è il credito bancario. Le banche creano linee di finanziamento, che a loro volta creano depositi quando i prestiti vengono utilizzati attraverso pagamenti effettuati nel corso dell'attività economica. Durante una fase di espansione del credito bancario, tutte le banche registrano livelli crescenti di depositi e, quando questi generano squilibri per le singole banche, vengono compensati attraverso i mercati monetari all'ingrosso.
L'espansione del credito bancario favorisce le banche stesse e i clienti a cui esse prestano, che ne beneficiano e lo spendono per primi, prima che i prezzi possano riflettere la valuta aggiuntiva in circolazione. Man mano che la moneta in più viene spesa e si diffonde sempre di più, spinge i prezzi al rialzo dietro di sé, in quello che è noto come effetto Cantillon. Alla fine viene completamente assorbita nelle attività economiche. Ma poiché le risorse produttive sono relativamente anelastiche, il potere d’acquisto delle unità monetarie diminuisce, dato che una maggiore quantità di moneta insegue gli stessi beni. Ciò si riflette in un aumento del livello generale dei prezzi.
Durante il processo di assorbimento della nuova moneta nell'economia, però, si sviluppa un ciclo di attività economica. Inizialmente, la moneta aggiuntiva in circolazione crea una domanda di beni e servizi che prima non esisteva. Si verifica un boom temporaneo dell'attività economica, ma solo per quei beni e servizi e nei luoghi in cui la nuova moneta viene spesa. Ciò che non viene registrato è il trasferimento di ricchezza a favore di chi riceve per primo la nuova moneta, a scapito di chi la riceve solo più tardi. A perdere sono ovviamente i risparmiatori, il cui capitale acquista di meno, e i lavoratori, i cui stipendi vengono svalutati.
La diffusione dell'aumento dei prezzi colpisce anche le imprese. Man mano che la moneta in più si diffonde nell'economia, esse scoprono che il costo delle materie prime e delle commodity aumenta, spinto dall'eccesso di domanda creato dalla moneta aggiuntiva. Emergono carenze di manodopera qualificata e il costo del lavoro sale. I tempi di attesa per i macchinari di produzione si allungano e anche i loro prezzi aumentano. Salgono anche altri prezzi, come i costi di impianto e il costo dell'energia. Nel frattempo, la disponibilità di capitale monetario continua ad espandersi, perché le banche competono per ottenere clienti nei periodi di boom.
A un certo punto, l'espansione dei bilanci delle banche suggerisce al banchiere prudente che, anche se i tempi sono buoni, occorre mantenere una certa cautela. La perdita di potere d’acquisto della valuta ha portato a spostare denaro dal risparmio al consumo, perché la preferenza temporale tra possesso e non possesso è aumentata. Anche se livelli di spesa più elevati assicurano che il denaro continui a circolare attraverso le banche, queste devono alzare i tassi di interesse per mantenere l'equilibrio tra l'estensione del credito bancario e la sicurezza dei depositi dei clienti. Questo perché per le banche c'è un rischio intrinseco nel finanziare il credito a termine tramite conti correnti, dai quali si può prelevare senza preavviso, anziché tramite depositi a termine.
L'aumento dei tassi di interesse sconvolge i modelli di business dei produttori, che iniziano a valutare di riallocare il capitale ad altri impieghi. Come abbiamo visto, nel caso in cui la quantità di moneta sia stabile, ciò non è un problema, essenzialmente perché il cambiamento delle strategie aziendali in un'economia a moneta fissa è un processo casuale. Inoltre, l'allungamento dei tempi di produzione che tende ad accompagnare i tassi di interesse artificialmente compressi, illustrato dal triangolo di Hayek, non è mai un problema in un'economia a moneta fissa. Ma l'effetto di un'espansione monetaria è far sì che tutte le imprese tendano ad agire nello stesso modo e nello stesso momento. Si sviluppa una distorsione significativa, per cui la maggior parte delle imprese si trova contemporaneamente a un bivio, a rivalutare attività diventate non redditizie.
Le banche commerciali sono sensibili a queste mutate condizioni e sono fin troppo consapevoli dei rischi legati a un prolungato credito concesso a imprese non redditizie. Allo stesso tempo, quindi, i banchieri della maggior parte delle banche giungono alla stessa conclusione, ancora una volta tutti insieme: devono ridurre i rischi di prestito per timore di essere colti impreparati da una crisi.
L'espansione del credito bancario inizia e prende slancio nell'arco di un lungo periodo, per poi arrestarsi bruscamente. È evidente che l'origine del ciclo economico va ricercata nell'aumento della quantità di moneta in circolazione sotto forma di credito bancario. Senza variazioni nella quantità di credito bancario, non può svilupparsi un ciclo di attività economica.
Il ruolo di disturbo delle banche centrali
Da tempo le banche centrali ampliano il proprio ruolo interventista nel tentativo di attenuare il ciclo economico. Keynes e altri hanno scritto i manuali per loro, giustificando la gestione del settore bancario attraverso la politica monetaria, con l'obiettivo di garantire sempre alle banche una liquidità sufficiente. Il loro ruolo si è esteso da quello di prestatore di ultima istanza fino a inondare oggi l'economia di denaro ancor prima che entri in crisi, con l'intenzione di «normalizzare» i tassi di interesse una volta tornata la fiducia.
Abbiamo visto che il paradosso di Gibson smentisce questo pilastro della politica monetaria. La Figura 2 qui sopra illustra la mancanza di correlazione con il tasso di inflazione, che oscilla in modo violento mentre i tassi di interesse nei mercati liberi sono rimasti relativamente stabili.
Fino a quando l'inflazione dei prezzi è decollata negli anni Settanta, non c'era alcuna correlazione tra i tassi di finanziamento all'ingrosso e l'inflazione dei prezzi, nemmeno in tempo di guerra. Eppure, anche se è stato dimostrato che una compressione estrema dei tassi di interesse, sotto forma di tassi negativi, non incide sull'inflazione dei prezzi (almeno quella misurata dall'indice dei prezzi al consumo), le banche centrali continuano a comprimere i tassi di interesse.
Invece di gestire il ciclo del credito bancario, più di recente le banche centrali che non lo avevano ancora fatto sono ricorse a una vera e propria inflazione monetaria, mentre i Paesi cercano di far fronte alle conseguenze economiche del panico da Covid-19. La Banca del Giappone e la Banca centrale europea erano ricorse ai tassi di interesse negativi già molto prima del Covid-19, ampliando continuamente la propria quantità di moneta attraverso il quantitative easing per finanziare la spesa pubblica. Da giugno 2008, prima del fallimento di Lehman, la somma delle attività delle cinque principali banche centrali (esclusa la Cina) ammontava a 4,4 trilioni di dollari; è salita a 21,8 trilioni entro la fine di giugno. I rendimenti dei titoli di Stato a 10 anni vanno dallo 0,6% degli Stati Uniti a -0,47% della Germania e -0,51% della Svizzera. Sebbene non spetti a nessun economista mettere in discussione i tassi di interesse originari, questi rendimenti obbligazionari sono chiaramente il risultato della loro compressione attraverso l'inflazione monetaria.
Poi c'è ciò che si vede e ciò che non si vede. Vediamo il denaro distribuito dal governo a imprese e individui selezionati, finanziato dall'inflazione monetaria, e lo giudichiamo una buona cosa. Ciò che non vediamo è il trasferimento di ricchezza che lo accompagna, a carico di tutti i cittadini, attraverso lo svilimento della moneta. E poiché questo svilimento accelera ulteriormente, si fermerà solo quando non ci sarà più ricchezza che il governo e la sua banca centrale possano sottrarre alla popolazione con mezzi inflazionistici.
L'espansione monetaria è ormai diventata inarrestabile, perché se venisse fermata si scioglierebbero le distorsioni economiche accumulate fin dalla Seconda guerra mondiale, di certo nel caso delle nazionalizzazioni. La disoccupazione aumenterebbe, la domanda crollerebbe e quindi i prezzi scenderebbero: un assoluto tabù per i keynesiani. I governi perderebbero il finanziamento inflazionistico e dovrebbero attrarre un risparmio genuino, che oggi in America e nel Regno Unito in particolare esiste a malapena a causa delle politiche keynesiane. I tassi di interesse dovrebbero salire per normalizzare i tassi di risparmio, ma allo stesso tempo la domanda di finanziamenti da parte dei governi priverebbe l'economia produttiva del capitale monetario necessario per ristrutturarsi.
Per i governi democraticamente eletti e le loro banche centrali non esiste ormai alternativa a perseguire le politiche inflazionistiche fino alle loro estreme conseguenze. Non sono riusciti a prolungare la fase di espansione per evitare la crisi. Non comprendono che il ciclo di espansione e crisi è un fenomeno legato all'espansione del credito bancario e commettono invece l'errore di credere agli «spiriti animali» di Keynes, ripresi da Alan Greenspan vent'anni fa come «esuberanza irrazionale».
Nessuno ha il mandato di frenarla. In ultima analisi, il ritmo sempre crescente dell'espansione monetaria necessario per rinviare la crisi distruggerà le valute di tutte le nazioni che seguono politiche monetarie neokeynesiane. E con le valute se ne andrà tutta la ricchezza personale, attraverso il meccanismo del trasferimento inflazionistico.
Il Covid-19 sta soltanto anticipando una fine certa del fallimento totale e della presunzione che stanno dietro alle sciocchezze neokeynesiane.
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