Salvare il sistema

La politica monetaria, ci viene detto, serve a scongiurare la recessione e a stimolare la crescita economica.

Tuttavia, la svalutazione monetaria, in qualsiasi forma, non solo è controproducente e distrugge la ricchezza personale delle masse, ma gli economisti che hanno ideato il monetarismo odierno hanno completamente perso la strada.

Questo articolo affronta la confusione che circonda il tema e conclude che la vera ragione delle politiche monetarie globali di oggi è un tentativo, in ultima analisi vano, di evitare una crisi sistemica ed economica.

Strumenti sbagliati per obiettivi sbagliati

Le banche centrali si pongono degli obiettivi, come una disoccupazione ritenuta «piena», ovvero il tasso minimo ottimale che non porti a una ripresa dell’inflazione dei prezzi. L’IPC è il secondo obiettivo, in genere fissato al 2% annuo. Si spera che questi obiettivi portino a una crescita sostenibile del PIL.

Purtroppo, le stime della disoccupazione non ci dicono se le persone siano impiegate in modo produttivo oppure no. Il termine «produttivo» solleva interrogativi: un dipendente pubblico che non è orientato al cliente è economicamente produttivo? Un barista con contratto temporaneo va considerato propriamente occupato? Esiste inoltre una tensione considerevole tra i bassi tassi di disoccupazione ufficiale e i livelli quasi record di forza lavoro che non lavora.

L’inflazione dei prezzi rilevata è ancora più inaffidabile, con forti discrepanze tra l’IPC ufficiale e le stime indipendenti, come quelle di Shadowstats.com e del Chapwood Index negli Stati Uniti. Le loro statistiche indipendenti registrano negli USA un tasso di inflazione dei prezzi molto più alto dell’IPC ufficiale, e c’è poco dubbio che le persone stiano vivendo proprio quel tasso più alto. Supponendo che il deflatore del PIL debba approssimare il tasso effettivo di inflazione dei prezzi, le stime indipendenti ci dicono che l’economia statunitense è in recessione ogni anno da quando è scoppiata la bolla delle dot-com.

Gli strumenti statistici sono evidentemente inutili, e lo è anche l’obiettivo principale. Il PIL è un totale monetario, né più né meno. Immagina un’economia in cui le quantità totali di moneta e di credito non variano mai e in cui tutto il credito è interamente coperto da moneta, invece di essere creato dal nulla. I prezzi dei singoli beni e servizi sono liberi di cambiare, ma la moneta totale impiegata no. Il credito si sposta dai fallimenti ai successi. Ma poiché il credito è interamente coperto da moneta sana, se il credito si estingue, la moneta resta. Pertanto, il PIL non aumenta né diminuisce.

In alternativa, immagina di costruire uno stato patrimoniale dell’economia e di introdurre altra moneta. I totali dello stato patrimoniale aumenteranno di conseguenza, ma non ci dicono quanto produttivamente sia impiegata la moneta in più. Ciò che cerchiamo nel PIL non si trova lì: quello che vogliamo davvero sapere è se le condizioni economiche della grande maggioranza delle persone stiano migliorando. L’unica prova sarebbe un aumento della ricchezza media per tutte le classi occupate, e non parliamo di misure della ricchezza espresse in valute non solide, né della ricchezza apparente che deriva dall’inflazione del credito. Deve essere reale.

Allo stesso modo, non può essere misurata, ma impostata così possiamo iniziare ad avere un senso migliore delle proporzioni su ciò che la politica economica dovrebbe cercare di ottenere.

Prendiamo l’esempio della helicopter money, di cui si parla sempre di più. Darebbe senza dubbio una spinta al PIL nominale. Ma se ragioniamo in termini di progresso economico, ci rendiamo subito conto che la helicopter money è in realtà economicamente distruttiva, come si può dimostrare facilmente.

Supponiamo che una banca centrale distribuisca moneta, attraverso il sistema bancario, sui conti correnti dei consumatori, che con ogni probabilità spenderanno la maggior parte di questa somma inattesa. L’effetto immediato sarà un aumento del totale del PIL, come descritto sopra. Ma si crea una carenza di beni, quindi ci si può aspettare che i prezzi salgano rapidamente, annullando ogni beneficio percepito. E poiché la distribuzione è annunciata con così largo anticipo, nessun produttore assennato risponderà aumentando in modo significativo la propria produzione per un vantaggio una tantum. Di conseguenza, man mano che la moneta viene spesa, il suo potere d’acquisto diminuirà abbastanza rapidamente, i costi di produzione aumenteranno e seguirà una crisi. A meno che, ovviamente, non ci siano ulteriori lanci dall’elicottero, ma questa, tutti concordano, è la strada verso la distruzione della ricchezza attraverso l’iperinflazione, e quindi la fine di ogni progresso economico.

Il semplice fatto di riformulare la domanda, passando dal promuovere la crescita del PIL al promuovere il progresso economico, porta a risposte diametralmente opposte, come illustra l’esempio della helicopter money. In questo spirito, affronterò ora quattro tra le fallacie più distruttive sul rapporto tra moneta, credito e progresso economico.

Fallacia 1: la svalutazione monetaria giova all’economia

Gli economisti moderni trascurano per errore gli effetti intertemporali delle variazioni della quantità di moneta. Quando la moneta o il credito vengono espansi, i primi a riceverli possono spenderli per acquistare prodotti già esistenti prima di chiunque altro. Di conseguenza, beneficiano della moneta aggiuntiva prima che i prezzi siano saliti per riflettere la sua immissione nella circolazione generale. I secondi beneficiari hanno un vantaggio analogo, ma via via inferiore. Così, dopo che questa nuova moneta è passata per molte mani, facendo ogni volta salire i prezzi, gli ultimi a riceverla scoprono che i prezzi di quasi tutti i beni sono già aumentati e che il potere d’acquisto dei loro salari e dei loro risparmi è di fatto diminuito.

Questo fenomeno è noto come effetto Cantillon. Equivale a un trasferimento di ricchezza dai più poveri della società, cioè lavoratori non qualificati, pensionati e piccoli risparmiatori, verso il governo e i suoi agenti. I banchieri, autorizzati a creare credito dal nulla senza alcun costo, prosperano. I secondi beneficiari, ovvero le imprese che traggono vantaggio dal credito bancario e dagli appalti pubblici privi di copertura, se la cavano quasi altrettanto bene. Il risultato è che governo, banche e i loro stretti sostenitori godono di un vantaggio patrimoniale a spese della gente comune.

Non sorprende quindi che l’establishment e i suoi lobbisti siano fortemente favorevoli all’espansione monetaria, ma l’effetto Cantillon non può essere negato, né in teoria né sul piano empirico. È la ragione più importante per cui gonfiare moneta e credito sarà sempre controproducente. Oggi vediamo questo effetto nel divario tra ricchi e poveri, che si sta ampliando in modo drammatico. È la politica monetaria a impoverire le masse, più di ogni altra cosa.

Fallacia n. 2: i tassi di interesse bassi sono vantaggiosi

Il richiamo emotivo dei tassi di interesse bassi nasce dall’antica associazione religiosa tra interesse e usura. Keynes promosse questa visione, non esprimendola in termini così apertamente morali, ma evocando l’immagine di capitalisti restii al lavoro che traggono profitto dall’impiego del proprio denaro a interesse. Il termine che usò per questi capitalisti, «rentier», li condannò agli occhi dei suoi seguaci.

La visione di Keynes è coerente con l’idea che siano i rentier a fissare il prezzo della moneta, tenendo in pugno l’imprenditore, quando in realtà avviene il contrario. In un mercato libero in cui i tassi di interesse sono stabiliti da parti consenzienti, è l’imprenditore a determinare il tasso di risparmio, offrendo un tasso di interesse più alto. È questo fenomeno ad aver prodotto la correlazione di lunga data tra il livello dei prezzi e i tassi di interesse, evidenziata dal paradosso di Gibson, che Keynes, Fisher e Friedman non furono in grado di spiegare.

Il fatto che questa correlazione sia esistita in modo dimostrabile dal 1730 fino agli anni Settanta è una prova chiara che gli imprenditori erano disposti a pagare un tasso di interesse legato all’unica cosa che conoscevano meglio di ogni altra, ossia il prezzo che si aspettavano di ottenere per il loro prodotto sul mercato. Non esiste altra spiegazione credibile. Allo stesso modo, dimostra che i tentativi delle banche centrali di gestire l’inflazione dei prezzi variando il tasso di interesse sono destinati a fallire, perché tra i due non esiste alcuna correlazione naturale. 

Questo fu certamente il caso fino alla fine degli anni Settanta, quando la Fed alzò i tassi di interesse al punto che la normale attività d’impresa non poteva più essere finanziata in modo redditizio. Da allora la politica monetaria ha assunto il controllo dei tassi di interesse, ignorando del tutto le forze di mercato. Anche l’idea che le banche centrali possano gestire disoccupazione, inflazione dei prezzi e PIL variando i tassi di interesse è stata smentita dall’esperienza, eppure continuano a perseguire questa folle ricerca. 

L’espansione del credito bancario che accompagna i tassi di interesse soppressi farà aumentare il PIL, ammesso che l’espansione del credito non sia diretta verso voci non incluse nel PIL, come le attività finanziarie. Ma è una cosa ben diversa dal favorire il progresso economico, che richiede un tasso di interesse correlato al livello dei prezzi, e non al tasso di inflazione dei prezzi.

Fallacia n. 3: espandere moneta e credito bancario stimola le imprese

In un contesto di moneta sana, alcune imprese prosperano e altre falliscono. Quelle che prosperano lo fanno grazie al successo, non ai sussidi, e per quelle che falliscono non c’è alcun sussidio. L’ambiente imprenditoriale è per necessità caratterizzato da un cambiamento costante, poiché gli errori vengono corretti rapidamente. Le risorse di capitale per le imprese redditizie vengono liberate da quelle meno redditizie o addirittura in perdita. Presupponendo un tasso di risparmio stabile, la liberazione del capitale impiegato in modo inefficiente è essenziale perché le imprese di successo possano prosperare. Soprattutto, non può esistere un ciclo economico guidato dal credito che interrompa il progresso economico.

Non è un ambiente favorevole per le industrie tradizionali, che non vogliono affrontare il cambiamento imposto dal progresso o non sono più rilevanti per il futuro. Spesso queste imprese dominano intere comunità e sono costose e inefficienti rispetto ai concorrenti moderni, che operano in condizioni di costo inferiore. Fanno pressione con forza e con successo per ottenere sussidi. E se all’orizzonte ci sono moneta e credito gratuiti, tutte le imprese ben collegate agli ambienti politici vogliono la loro parte di questa generosità.

Per questo l'attuale contesto monetario è quello di una moneta non sana, con un'espansione di moneta e credito pensata per far crescere il PIL. Il risultato è che le buone imprese non hanno più bisogno di attrarre risorse di capitale da quelle meno redditizie e da quelle fallite. Tutte le imprese, sia quelle di successo sia quelle destinate al fallimento, attingono a un credito liberamente disponibile, per una produzione genuina oppure per evitare il fallimento. La conseguenza è un accumulo crescente di debito improduttivo, la cui insolvenza viene rinviata continuamente.

Poiché le imprese cattive competono con quelle buone per manodopera e materie prime scarse, che a differenza della moneta non sana non si possono far comparire dal nulla, i prezzi iniziano a salire. E man mano che i prezzi più alti si trasferiscono sui prodotti finali, il denaro facile spinge i consumatori a modificare le proprie preferenze monetarie a favore dei beni. Dopotutto la disoccupazione è bassa e l'economia è in piena espansione, quindi perché rinunciare a qualcosa?

A questo punto le banche centrali sono costrette a interrompere le politiche espansive e ad alzare i tassi di interesse per frenare un'inflazione dei prezzi imprevista, e a smettere di alzarli solo quando si profilano fallimenti diffusi.

Per chi è interessato a promuovere il progresso economico, e non soltanto a far crescere i numeri del PIL, inflazionare moneta e credito non è ovviamente la strada giusta. Chi non coglie la differenza tra vero progresso economico e aumento del PIL continuerà con ogni probabilità a cercare di far crescere il PIL, lasciandosi alle spalle le lezioni dell'esperienza. Benvenuti nel mondo delle banche centrali.

Fallacia 4: tassi di cambio più bassi giovano all'economia

È una politica che dà la preferenza agli esportatori a spese di tutti gli altri e, in questo senso, è un'altra variante dell'effetto Cantillon. È una politica deliberata di riduzione del valore dei salari dei dipendenti degli esportatori e degli altri costi interni, un trasferimento di ricchezza che alla fine colpisce tutti. Distrugge la ricchezza personale, in particolare quella di chi può permetterselo di meno.

I pianificatori economici sembrano ciechi di fronte alla vera origine dei deficit commerciali. In un contesto di moneta sana, tutti sono costretti a pagare i propri conti. Se compri qualcosa, qualunque ne sia l'origine, avrai guadagnato o preso in prestito moneta sana da qualcun altro per pagare i beni acquistati. Pertanto i deficit commerciali, a parte quelli dovuti a differenze temporali di regolamento che si correggono da sole, non possono esistere. Di conseguenza, i tentativi di correggere i deficit commerciali manipolando il tasso di cambio, mentre si perseguono politiche monetarie non sane, sono vani.

Non è un caso che un deficit commerciale si accompagni spesso a un deficit di bilancio pubblico, perché il secondo porta inevitabilmente al primo, supponendo che il tasso di risparmio resti invariato. Il motivo è già stato indicato sopra: il settore privato paga i propri conti, quindi i deficit commerciali possono nascere solo da moneta non sana e da deficit pubblici privi di copertura. 

Le evidenze empiriche e l'analisi dei conti nazionali confermano questa analisi, eppure quasi tutti aderiscono automaticamente alla fallacia secondo cui ridurre il tasso di cambio sia un bene per l'economia. Svalutare la valuta non corregge i deficit commerciali, e questa politica equivale a una distruzione continua del potere d’acquisto di una valuta senza alcun vantaggio.

Le svalutazioni, che vanno di pari passo con le pratiche monetarie non sane, possono portare a un aumento del totale monetario del PIL, ma ostacolano il progresso economico distruggendo la ricchezza fondamentale per finanziare gli investimenti industriali guidati dal mercato. Si veda l'esperienza del dopoguerra della Germania, con il suo marco forte, a confronto con quella della Gran Bretagna, con la sua sterlina debole.

La vera ragione delle politiche di moneta non sana

Gli economisti neoclassici che popolano governi e banche centrali stanno scoprendo a proprie spese che le loro fallacie e il loro uso disonesto del signoraggio statale su moneta e credito hanno portato tutti in una trappola del debito senza uscita. Non dimostrano di capire come ci siamo arrivati, ma stanno prendendo acuta coscienza delle conseguenze.

Le pratiche monetarie non sane favoriscono il finanziamento tramite debito rispetto a quello tramite risparmio genuino, a causa dell'effetto di trasferimento di ricchezza a vantaggio dei debitori. Il risultato di decenni di politiche monetarie non sane è che le principali economie di welfare si sono sovraccaricate di un accumulo di debito pubblico, che non potrà mai essere ripagato, ma solo svalutato. Inoltre bisogna finanziare passività di welfare in forte crescita, il che significa che il bisogno degli stati sociali di finanziamenti a basso costo attraverso l'espansione del credito bancario e della moneta grezza è ormai diventato più o meno infinito.

È evidente che un governo può adempiere alle proprie passività di welfare solo acquisendo ancora più ricchezza del settore privato. La distruzione di ricchezza subita dal settore privato riduce semplicemente la sua capacità di finanziare la spesa pubblica futura. <b/p>

Non solo i settori privati degli Stati assistenziali sono gravati da predazioni sempre maggiori da parte dello Stato sulla loro ricchezza, ma hanno anche accumulato ingenti quantità di debito improduttivo, frutto di decenni di credito bancario facile e sottoprezzato. Il risultato è evidente nei tassi molto bassi di occupazione realmente produttiva e nell'impoverimento delle masse. Pur essendo più evidenti in alcune nazioni che in altre, questi problemi riguardano tutti gli Stati assistenziali. 

Alcuni paesi, come la Francia, nascondono il problema della disoccupazione socializzando ampie porzioni dell'economia, in modo diretto o indiretto. La disoccupazione è ufficialmente intorno al 10%, lo Stato rappresenta la maggior parte dell'attività economica e c'è un vasto settore agricolo composto prevalentemente da piccoli proprietari che praticano un'agricoltura di sussistenza. L'intera struttura economica è intrinsecamente improduttiva. In altri Stati assistenziali il problema della disoccupazione è più evidente.

L'Italia è un buon esempio, con un tasso di disoccupazione giovanile del 37%. Lo Stato pesa per circa il 52% del PIL e i crediti deteriorati (NPL) nei bilanci del settore bancario sono pari al 18% del PIL. Escludendo lo Stato, gli NPL sono il 37,5% del PIL del settore privato. È quindi chiaro che il settore privato non solo sta crollando sotto il peso del proprio debito, ma che deve esserci un incentivo crescente, per le aziende in grado di onorare il debito, a non farlo, perché le loro banche potrebbero non esserci più in futuro per premiarle concedendo altro credito. Chi vede la crisi italiana come un problema bancario non coglie il punto. Il problema è l'economia italiana, e le banche sono semplicemente il prosciutto nel panino.

L'Italia è all'avanguardia nei fallimenti degli Stati assistenziali. Le banche centrali che definiscono la politica monetaria ne stanno diventando sempre più consapevoli, così come delle somiglianze con la propria situazione. La loro priorità ora è evitare una crisi economica globale indotta dal debito. Ritengono di poterla scongiurare con tentativi sempre più disperati di favorire la crescita del PIL. Porteranno avanti questa politica a velocità crescente, fino a schiantarsi contro i respingenti a fine corsa. 

La festa è finita. I giorni in cui si trasferiva ricchezza dalla classe media e dai poveri, attraverso la svalutazione monetaria, a beneficio degli Stati assistenziali, delle banche e dei loro clienti preferiti sono ormai contati. Le implicazioni per la politica monetaria futura sono semplici: la Fed, la Banca del Giappone, la Banca centrale europea e la Banca d'Inghilterra stanno collaborando per evitare che i rispettivi PIL calino. La Banca del Giappone apre la strada con tassi di interesse negativi sempre più marcati e con un maggiore quantitative easing a sostegno degli asset, e le altre sono pronte a seguirne l'esempio.

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