
Questa settimana oro e argento sono scesi bruscamente dopo la pubblicazione dei verbali del FOMC, che hanno rappresentato un campanello d’allarme per i mercati finanziari. L’oro ha perso 45 $ rispetto alla chiusura di venerdì scorso e questa mattina in Europa quota 1.789 $, dopo aver toccato 1.854 $. Nello stesso periodo l’argento ha perso 1,80 $, scendendo a 22,55 $, mentre il rapporto oro/argento è tornato a 79,3, dopo aver toccato un minimo di 74,7 la settimana scorsa.
Il nostro prossimo grafico, quello del prezzo dell’oro, inquadra questo movimento nel suo contesto.

Il prezzo sta consolidando il precedente rialzo all’interno di un triangolo contrattivo, il cui limite superiore regge dal novembre 2020 e il cui supporto inferiore dallo scorso marzo. Il calo di questa settimana ha rispettato la trendline superiore.
È nella natura di questi triangoli contrattivi che più a lungo durano, più ampio sia il movimento che ne segue all’uscita. Dobbiamo essere vicini a quel momento, con le medie mobili e il prezzo che convergono insieme. Il sentiment sembra confermare la situazione: gli operatori più deboli rinunciano a oro e argento, arrivando perfino ad accusare commentatori esperti di averli ingannati. Sappiamo per esperienza che, quando il sentiment arriva a questo punto, siamo molto vicini a un punto di svolta.
Ma analisi tecnica e sentiment non bastano a costruire un argomento completo. Contano anche i fattori fondamentali, e qui dobbiamo rivolgerci ai verbali del FOMC. Questi hanno confermato che “gli indicatori dell’attività economica e dell’occupazione hanno continuato a rafforzarsi”, e il presidente Powell ha commentato che “l’economia non ha più bisogno di livelli elevati di sostegno di politica monetaria”. Il giorno seguente è stato annunciato che il PIL del quarto trimestre è aumentato del 6,9% (a dire il vero grazie alla ricostituzione delle scorte), superando le attese del mercato. Powell doveva saperlo prima del comunicato del FOMC.
È stato uno shock per mercati compiacenti. Il prossimo grafico riguarda il rendimento di riferimento dei Treasury USA a 10 anni.

Questo grafico è negativo per il valore delle attività finanziarie e indica ulteriori forti rialzi dei rendimenti obbligazionari. Inoltre, con il tasso sui Fed funds ancorato a 5 punti base, il rendimento del T-bill a 13 anni è salito a 18,5 punti base, un altro campanello d’allarme per gli investitori rialzisti. Essendo in larga maggioranza keynesiani, questi investitori ritengono anche che l’aumento dei tassi d’interesse faccia male all’oro, e questo aiuta a spiegare il calo dei prezzi di oro e argento. A sostegno di questa tesi, anche l’indice del dollaro ponderato per gli scambi commerciali è in aumento. È il nostro prossimo grafico.

Fa male all’oro? In realtà no, perché più che la forza del dollaro questi movimenti riflettono la debolezza di euro e yen, due valute i cui tassi d’interesse restano intrappolati sotto lo zero e le cui banche centrali non hanno indicato l’intenzione di alzarli. La debolezza del dollaro si riflette meglio in un paniere di materie prime, che vediamo ora.

Anche grazie all’impennata dei prezzi dell’energia, il potere d’acquisto del dollaro continua a diminuire, un fatto sottovalutato dall’establishment finanziario, che fraintende la funzione dei tassi d’interesse. Essi non sono il “costo” del denaro, ma riflettono la perdita di potere d’acquisto di una valuta. Se si comprende questo, si spiega anche perché, storicamente, tassi d’interesse e prezzo dell’oro salgano insieme.
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