MMT: non è altro che macroeconomia neo-keynesiana

La decana della MMT, Stephanie Kelton, ha pubblicato questa settimana un libro che spiega la teoria monetaria moderna. Questo articolo esamina le basi della MMT che la Kelton aveva illustrato in un video diffuso l'anno scorso.[i]

Introduzione

La macroeconomia si è allontanata talmente dalla realtà che i suoi cultori non riescono a capire cosa stia accadendo nell'economia reale. Non è mai stato così evidente come oggi. Pur dichiarandosi esperti di economia, i macroeconomisti sono in balia dei loro datori di lavoro: un insieme di governo, enti quasi governativi e istituzioni finanziarie che hanno tutto l'interesse a non guardare troppo da vicino le piene conseguenze delle politiche economiche e monetarie dei governi. Da questo mondo macroeconomico neo-keynesiano nasce l'ultima derivazione, la teoria monetaria moderna, che è poco più di un'estensione logica del keynesismo: giustifica l'intervento dello Stato e l'espansione illimitata della moneta fiat. La MMT è il capolinea per le tesi basate su fallacie macroeconomiche che hanno origine in Keynes.

Il libro di Stephanie Kelton, The Deficit Myth: Modern Monetary Theory and the Birth of the People’s Economy è uscito martedì (9 giugno):

«La brillante esplorazione della MMT da parte di Stephanie Kelton cambia radicalmente il nostro modo di intendere come affrontare questioni cruciali, dalla povertà e la disuguaglianza alla creazione di posti di lavoro, all'estensione della copertura sanitaria, al cambiamento climatico e alla costruzione di infrastrutture resilienti.»

È la prima frase della presentazione commerciale di Amazon. Se queste affermazioni fossero vere, i problemi economici del mondo si risolverebbero facilmente. Ma dobbiamo mettere da parte l'enfasi pubblicitaria e guardare alla MMT con serietà.

La spesa in deficit è la soluzione di tutto secondo la MMT

Un breve saggio non può rendere giustizia a un libro appena uscito: per questo motivo alcuni recensori selezionati ricevono copie prima della pubblicazione, con largo anticipo. Commenterò invece la spiegazione della MMT che la Kelton ha dato in precedenza, in un video trasmesso da CNBC e registrato nel marzo 2019. Trattandosi di teoria economica, dovrebbe reggere alla prova del tempo ed essere attuale oggi quanto lo era quando è stato registrato, oltre un anno fa. Possiamo quindi ritenere che il suo libro sviluppi i punti principali esposti nel video.

Se le basi non sono corrette, il resto si può ignorare e il libro non farà che trarre in inganno i suoi lettori. In questo articolo affronto ogni punto sostanziale del video precedente. «SK» indica Stephanie Kelton, citata testualmente, e segue il mio commento.

SK

La MMT parte da una semplice osservazione: il dollaro statunitense è un semplice monopolio pubblico. In altre parole, la valuta degli Stati Uniti proviene dal governo degli Stati Uniti; non può venire da nessun altro luogo. Ciò significa che il governo federale non è per nulla come una famiglia. Perché famiglie o imprese private possano spendere, devono procurarsi il denaro, giusto? Il governo federale, invece, non può mai restare senza denaro. Non può avere problemi di solvibilità, con fatture in scadenza che non è in grado di pagare. Non deve mai preoccuparsi di trovare il denaro per poter spendere.

Commento

In altre parole, la MMT è una riproposizione della teoria statale della moneta, resa famosa da Georg Knapp nel 1905. Una teoria che, per inciso, permise a Bismarck di finanziare il riarmo della Germania prima della Prima guerra mondiale e portò all'iperinflazione tedesca, che distrusse il marco alla fine del 1923. In questa teoria non c'è nulla di nuovo, ed è stata esaltata da inflazionisti di ogni genere fin da quando sono comparse le valute fiat non garantite.

L'argomento usato qui è un espediente comune degli economisti nei dibattiti per indurre il pubblico a credere che la macroeconomia stia in qualche modo su un piano più elevato dell'azione umana. L'affermazione che le finanze pubbliche differiscano da quelle familiari è vera solo nella misura in cui un governo con una valuta fiat può, per un certo periodo, coprire il proprio deficit stampando moneta. Sotto ogni altro aspetto, è soggetto alle stesse leggi della finanza e della moneta che valgono per tutti noi.

Ma lo Stato non può stampare moneta all'infinito. L'insolvenza dello Stato è solo rinviata dall'inflazione monetaria, e solo finché può sottrarre ricchezza alla popolazione svilendo la valuta. E più inflaziona, più deve inflazionare, finché i mercati lo costringono a riconoscere questa realtà.

SK

Quindi il deficit conta, eccome; solo che conta in modi che di solito non ci insegnano a capire. In genere, credo, la gente sente parlare di deficit e pensa che sia qualcosa da eliminare; che non dovremmo avere disavanzi di bilancio; che sia prova di irresponsabilità fiscale. E la verità è che il deficit può essere troppo grande. La prova di un deficit troppo grande sarebbe l'inflazione.


Commento

Qui Kelton presume che lo Stato possa controllare in che misura si finanzia attraverso l'espansione monetaria. Ma lo Stato è come un tossicodipendente: una volta assuefatto al denaro facile e a buon mercato, gli è praticamente impossibile smettere di usare la svalutazione monetaria come fonte di finanziamento sempre più importante.

Quello che Kelton non ci dice è che il finanziamento inflazionistico ha un costo: il trasferimento di ricchezza da chi possiede risparmi e redditi valutati e pagati nella valuta dello Stato. I beneficiari sono il governo, le sue agenzie e i suoi favoriti, di solito banche commerciali e grandi imprese. In altre parole, svalutando la moneta a proprio vantaggio, lo Stato impoverisce coloro che dice di voler aiutare.

Considerando l'inflazione come un aumento del livello generale dei prezzi, Kelton sembra pensare che, finché gli aumenti dei prezzi sono contenuti entro un tetto, lo Stato possa espandere la quantità di moneta quanto vuole. Ma questa ipotesi presuppone che lo Stato sia in grado, o disposto, di limitare l'espansione monetaria se l'obiettivo viene superato.

Poiché è dimostrabile che ciò non è vero, cambiando i metodi statistici di misurazione del livello generale dei prezzi si è trovata un'alternativa. Shadowstats.com e l'indice Chapwood hanno concluso che il livello generale dei prezzi sale a un tasso annuo più vicino al 10% che all'1,5–2% riportato dagli econometrici del governo USA. Nella misura in cui queste stime indipendenti sono corrette, l'evidenza dell'inflazione a cui Skelton fa riferimento è occultata, e la sua tesi risulta invalidata.

Questa affermazione di Skelton è errata a ogni livello. A voler essere precisi, l'inflazione non è il tasso di aumento dei prezzi, ma il tasso di aumento della quantità di moneta. Un aumento del livello generale dei prezzi è il sintomo, non la malattia. Questa mancanza di una definizione corretta da parte di tutti i neo-keynesiani, a volte inconsapevole, a volte deliberata, ostacola la comprensione. Fuorviando noi, e probabilmente anche se stessa, in questo modo, Kelton non fa che seguire l'esempio consolidato comune a tutti gli inflazionisti.


SK

Ma il deficit può anche essere troppo piccolo. Può essere troppo piccolo per sostenere la domanda nell'economia, e la prova di un deficit troppo piccolo è la disoccupazione. Se pensi al deficit pubblico come alla differenza tra ciò che il governo spende nell'economia e ciò che ne preleva con le tasse, immagina un governo che immette 100 dollari nell'economia statunitense ma ne ritira con le tasse solo 90. Chiamiamo questo un deficit pubblico e lo registriamo nei conti dello Stato. Quello che dimentichiamo di considerare è che ora ci sono 10 dollari da qualche parte nell'economia che altrimenti non ci sarebbero stati, messi lì dal deficit del governo.

In altre parole, i loro deficit diventano i nostri surplus. Quindi, quando parliamo del governo che accumula tutto questo inchiostro rosso, dobbiamo ricordarci che il loro rosso diventa il nostro nero e che i loro deficit sono i nostri surplus. La domanda allora è: si dovrebbe espandere la politica fiscale? Si dovrebbero avere deficit di bilancio maggiori per stimolare la crescita?


Commento

È un errore comune pensare che la spesa in deficit sia la soluzione alla disoccupazione. Lo Stato non possiede la conoscenza imprenditoriale necessaria per indirizzare le risorse di capitale a soddisfare i bisogni e i desideri dei consumatori e di solito finisce per perseguire i propri obiettivi non commerciali. Inoltre, sottraendo risorse ai mercati liberi, che allocano il capitale in modo più efficiente, l'intervento statale diventa un onere economico complessivo e riduce il potenziale economico di una nazione.

Macroeconomisti di ogni orientamento credono nella spesa in deficit per stimolare l'economia, senza rendersi conto che l'espansione monetaria avvia un ciclo del credito. L'idea keynesiana era usare la spesa in deficit per ridurre l'impatto di una recessione e favorire il ritorno della fiducia. La conseguente riduzione del rischio di prestito ha poi spinto le banche a espandere il credito bancario, una forma di espansione monetaria che le banche sono autorizzate dallo Stato a fornire. Immancabilmente, i banchieri diventano avidi e, quando il boom ha fatto il suo corso, si accorgono di aver assunto troppo rischio. L'avidità dei banchieri si trasforma rapidamente in paura e il credito bancario si contrae, spingendo l'economia nella recessione successiva.

Va avanti così da quasi due secoli. Una riforma strutturale del sistema bancario che elimini l'espansione del credito bancario è parte della soluzione. L'altra parte è che i governi mantengano sempre bilanci in pareggio, invece di rendere il ciclo del credito ancora più destabilizzante con la spesa in deficit.

Affermare che un deficit pubblico regala al settore privato non finanziario denaro che altrimenti non esisterebbe è la convinzione di base della macroeconomia. È sbagliato. Supponiamo prima di tutto che il deficit sia finanziato dai risparmiatori. In tal caso l'economia viene privata di fondi per investimenti che altrimenti sarebbero stati impiegati in modo più positivo, e il regalo di 10 dollari di Kelton all'economia è preso in prestito dai risparmiatori e non è una distribuzione aggiuntiva. In alternativa, se la sua origine è un'inflazione della valuta, allora è la popolazione stessa ad averlo pagato attraverso la svalutazione monetaria.



SK

Allora, qual è l'obiettivo, qual è il giusto traguardo di politica economica? Penso che il giusto traguardo sia mantenere un'economia equilibrata, in piena occupazione, tutelandosi dal rischio di un'accelerazione dell'inflazione. Gli economisti tendono a riconoscere che, per sostenere la crescita nel lungo periodo, si può investire in ambiti come istruzione, infrastrutture e R&S. Sono il tipo di investimenti che tendono ad accelerare la crescita della produttività, in modo che la crescita del PIL reale nel lungo periodo possa essere più elevata.

 Dunque, esistono modi in cui il governo può fare oggi investimenti che aumentano i disavanzi di oggi, ma producono una crescita più elevata domani e creano la capacità aggiuntiva per assorbire quei disavanzi più alti.


Commento

Kelton afferma che un governo dovrebbe mantenere un'economia equilibrata con piena occupazione. Oltre alla scivolosa nozione di economia equilibrata, tralascia diverse verità scomode. La prima è l'incarnazione della Legge di Say (che lei, come tutti i neo-keynesiani, rifiuterebbe senza dubbio), la quale descrive come e perché dividiamo il nostro lavoro, specializzandoci in ciò che sappiamo produrre meglio per soddisfare le nostre più ampie necessità e i nostri desideri. Ne consegue che, se uno Stato non produttivo sottrae valore alla divisione del lavoro produttivo tassandolo, dicendogli di che cosa dovrebbe avere bisogno e che cosa dovrebbe desiderare, e svalutandone il mezzo di scambio, il progresso umano prodotto da un'economia libera da vincoli ne risulta compromesso.

Il governo non è necessario per fornire istruzione, infrastrutture e R&S, che sono tutte fornite in modo più efficace da privati che cooperano tra loro. I benefici di lungo periodo, che lei descrive come crescita della produttività e del PIL reale, non dovrebbero essere una preoccupazione dei governi. Quanto alla produttività, è affare dei datori di lavoro, che in un'economia libera da vincoli cercheranno sempre l'uso più efficiente delle risorse di capitale, di cui il lavoro è solo una componente.

Il PIL è solo un totale monetario, e il deflatore per ottenere il PIL «reale» non serve ad altro che a chi definisce l'inflazione come aumento dei prezzi. E persino quella statistica è addomesticata: se il vero tasso di inflazione fosse più vicino alle stime di analisti indipendenti, come quelle di Shadowstats e del Chapwood Index citate sopra, l'evidenza dell'entità del trasferimento di ricchezza dall'economia produttiva al governo risulterebbe estremamente distruttiva.

Nel fissare un livello appropriato di finanziamento in disavanzo, Kelton sostiene che lo Stato possa tutelarsi da «un'accelerazione e [di?] rischio di inflazione». Non vi è alcuna prova che sia così e, inoltre, è stata smentita dalle banche centrali, che ora hanno dichiarato apertamente che inflazioneranno senza limiti.

            SK

Quindi, in realtà è impossibile indicare una cifra. Nessuno può sapere quanto debito sia troppo debito. Se guardi al Giappone di oggi, vedi un paese in cui il rapporto debito/PIL è intorno al 240%, ordini di grandezza sopra quello degli Stati Uniti oggi, o persino di quello previsto per gli Stati Uniti in futuro. E allora la domanda è: come fa il Giappone a sostenere un debito di quelle dimensioni? Non dovrebbe avere un problema di inflazione? Non porterebbe a un aumento dei tassi di interesse? Non sarebbe distruttivo in qualche modo? La risposta a tutte queste domande, come il Giappone dimostra ormai da anni, è semplicemente no. Il debito del Giappone è vicino al 240% del PIL, quasi un quadrilione. È un numero molto grande. Eppure i tassi di interesse a lungo termine sono vicinissimi allo zero. Non c'è un problema di inflazione e quindi, nonostante le dimensioni del debito, non ci sono conseguenze negative. Credo che il Giappone ci insegni una lezione davvero importante.

 

Commento

Dopo la Seconda guerra mondiale furono creati due sistemi monetari di successo: quello della Germania, fino a quando non è stato assorbito dall'euro, e quello del Giappone. Entrambi avevano la stessa caratteristica: l'incoraggiamento e la tutela del risparmio, che fornì il capitale finanziario per la ripresa postbellica. Gli Stati giapponese e tedesco non intervennero, perseguendo in generale politiche di moneta sana. All'epoca gli osservatori li considerarono miracoli economici, a confronto con la stagnazione delle economie di impronta keynesiana e socialista, intente a ridistribuire la ricchezza. La popolazione giapponese conserva ancora l'etica del risparmio, il che significa che, quando la Banca del Giappone espande la massa monetaria, la gente la deposita in banca nel momento in cui la riceve, alimentando gli investimenti, anziché spenderla gonfiando i prezzi al consumo. Questa è la spiegazione del fatto che il sistema economico giapponese, nonostante i migliori sforzi dello Stato per minarlo, mostra poca inflazione dei prezzi e una stabilità duratura.

Usare il modello giapponese come base di confronto con l'economia statunitense è pericolosamente sbagliato.

SK

Pensate a cosa accadde dopo la Seconda guerra mondiale, quando il debito nazionale degli Stati Uniti superò il 100% del PIL, arrivando quasi al 125%. Se ne parlassimo come se ne parla oggi, cioè come di un peso per le generazioni future e di un grave rischio per la sicurezza nazionale, dovremmo grattarci la testa e dire: un momento; pensiamo davvero che i nostri nonni abbiano gravato la generazione successiva con tutti quei titoli venduti durante la Seconda guerra mondiale per vincere la guerra, costruire la classe media più forte, e che tutto ciò  abbia prodotto il più lungo periodo di prosperità in tempo di pace? L'età dell'oro del capitale: tutto questo seguì la scia della Seconda guerra mondiale, di deficit aumentati enormemente e di un debito nazionale cresciuto di dimensioni. E, naturalmente, la generazione successiva eredita quei titoli. Non diventano un peso per la generazione successiva, diventano il suo patrimonio.

L'unico rischio potenziale legato all'aumento nel tempo del debito nazionale è l'inflazione, e nella misura in cui non credete che gli Stati Uniti abbiano un problema di inflazione a lungo termine, non dovreste credere che abbiano un problema di debito a lungo termine.


Commento

Durante la Seconda guerra mondiale il debito del governo statunitense è effettivamente cresciuto in modo enorme, ma anche qui Kelton salta i fatti successivi. Sulla scia del Piano Marshall e di altri programmi di finanziamento esteri in dollari del dopoguerra, molti dei quali miravano a tenere i paesi emergenti fuori dalla sfera d'influenza dell'URSS, le società americane espansero le proprie attività all'estero, riportando in America occupazione e ricchezza. I dollari venivano stampati per essere esportati, e non soltanto per pagare le costose guerre in Corea e in Vietnam. Questo gioco di prestigio fu infine smascherato quando il London gold pool crollò alla fine degli anni Sessanta.

L'accordo di Bretton Woods del 1944 legò il dollaro all'oro, consentendo alle banche centrali estere e ad alcune organizzazioni internazionali di richiedere oro al Tesoro statunitense in cambio di dollari al tasso ufficiale di 35 dollari. Nel 1945, dopo l'attuazione dell'accordo, il Tesoro statunitense aveva accumulato 17.848 tonnellate di oro monetario, salite a 20.279 tonnellate nel 1950. Nel 1950 le scorte stimate in superficie erano di 51.760 tonnellate, di cui 31.096 tonnellate di oro monetario.

In altre parole, nel 1950 gli Stati Uniti detenevano un virtuale monopolio dell'oro monetario e le loro riserve rappresentavano circa il 40% di tutte le scorte in superficie. Ciò permise agli USA di tenere a bada i sintomi inflazionistici dell'espansione monetaria, a spese delle proprie riserve auree. La convinzione che l'espansione del debito, che è fondamentalmente la conseguenza dell'espansione monetaria, fosse benigna e continuerà a esserlo è dunque gravemente errata. Ciò è diventato evidente dopo la fine dell'accordo di Bretton Woods decisa dal presidente Nixon nell'agosto 1971: da allora, misurato in oro, il dollaro ha perso il 98% del suo potere d'acquisto.

Oggi manca la stabilità monetaria che la foglia di fico dorata dell'era di Bretton Woods garantiva, e le conseguenze dell'espansione dei debiti nazionali in tutte le valute, sostenuta dalla MMT, si riveleranno molto diverse da quelle del dopoguerra. Ereditare titoli di Stato, come dice Kelton, rischia di rivelarsi un'eredità priva di valore.

Quanto alla convinzione che gli Stati Uniti non affrontino un problema di debito e inflazione a lungo termine, gli eventi attuali stanno ora minando questa supposizione.


SK

Quindi, la miglior difesa contro l'inflazione è un buon attacco, e ciò che fa la MMT è cercare di essere, credo, ipersensibile ai rischi dell'inflazione. Non vedo nessun'altra scuola di pensiero macroeconomica prestare un'attenzione così attenta come la nostra alla questione del rischio di inflazione.


Commento

In questo estratto Kelton sembra contraddirsi. Il contesto suggerisce una polemica con chi si preoccupa dell'inflazione, un attacco contro di essi o una loro liquidazione. E tutto questo mentre la MMT sostiene di essere ipersensibile ai suoi pericoli.

Come detto sopra, l'inflazione è l'espansione della quantità di moneta, non un effetto sui prezzi non misurabile. La sua pretesa di essere ipersensibile all'inflazione non regge a un esame attento, a meno che non si riferisca alla moneta e non ai prezzi. Ma la sua affermazione che la MMT presti più attenzione di ogni altra scuola macroeconomica all'inflazione dei prezzi espone tutte le scuole macroeconomiche all'accusa di inflazionismo, e a ragione.

Su questo esiguo punto possiamo essere d'accordo. Ma Kelton non menziona la teoria economica austriaca, in particolare quella sostenuta da von Mises, che condannò con costanza l'inflazionismo sulla base di una solida teoria economica e di un ragionamento deduttivo. Questa omissione potrebbe spiegarsi con il fatto che l'economia austriaca non è una teoria macroeconomica neokeynesiana. Ma Kelton, come la maggior parte dei neokeynesiani, potrebbe non essere a conoscenza dell'esistenza della scuola austriaca, per non parlare del rigore dei suoi metodi.


SK

Quello che diciamo noi è questo: se siete il Congresso e state valutando un nuovo disegno di legge di spesa, invece di pensare a come quella nuova spesa aumenterà il deficit o il debito, dovreste pensare a come essa rischi di accelerare l'inflazione, ed evitare che ciò accada. Quindi, invece di rivolgervi al Congressional Budget Office per dire che vorreste sapere quale effetto avrà questo disegno di legge sul debito e sul deficit nel tempo, rivolgetevi al Congressional Budget Office o ad altre agenzie governative e dite: stiamo valutando di approvare un investimento da mille miliardi di dollari in infrastrutture. Questo è il nostro disegno di legge. Date un'occhiata: prevediamo di effettuare questa spesa nell'arco dei prossimi cinque anni. Diteci se questo creerebbe problemi nell'economia reale. Valutate il rischio di inflazione, tornate da noi e dateci un riscontro. Questo è il tipo di bilancio responsabile verso cui vorrei che il Congresso cominciasse a muoversi.


Commento

Il fatto che Kelton prima osservi che la MMT presta più attenzione al rischio di inflazione di qualsiasi altra forma di macroeconomia e poi lasci intendere che il Congresso sia eccessivamente preoccupato per l'inflazione, che è la conseguenza dei disavanzi di bilancio, è quantomeno incoerente.

Il problema centrale nel chiedere al CBO e a simili organi consultivi di prevedere gli effetti della spesa è che si affidano calcoli economici ad amministratori e burocrati che non hanno gli strumenti per questo compito. Inoltre, gli economisti tra loro sono tutti formati e impiegati per rafforzare il ruolo dello Stato, con una comprensione limitata e di solito senza alcuna esperienza commerciale del settore privato non finanziario.

Quantificare il rischio di inflazione dei prezzi, che è ciò a cui lei in realtà si riferisce, è impossibile. È ingenuo presumere che il denaro speso per un progetto abbia sul livello generale dei prezzi impatti diversi che possano essere quantificati in anticipo. Posto che non sia finanziata con il risparmio, ogni spesa statale è inflazionistica e diluisce lo stock di moneta esistente, a vantaggio di alcuni e a svantaggio di altri. Inoltre, si presume spesso erroneamente che il debito pubblico acquistato dalle banche e non successivamente venduto alla Fed rappresenti un investimento anziché un finanziamento inflazionistico.

È dubbio che qualcuno nelle agenzie governative o al Congresso comprenda appieno l'impossibilità di prevedere le conseguenze della spesa pubblica, in particolare quando si affida a modelli economici inadeguati. È chiaramente privo di senso dire che spendere mille miliardi su un progetto sarà meno inflazionistico che spenderli su un altro.

Il Congresso spinge sempre per una spesa aggiuntiva e, qualunque cosa possano dire il CBO o un'altra agenzia, ogni consiglio è destinato a essere modificato nel processo legislativo; questa è la base della politica clientelare del «pork barrel», che è probabile venga ulteriormente incoraggiata dalle politiche di spesa disinvolta della MMT.


SK

 Quindi la questione di cosa fare se l'inflazione diventa un problema è diversa, e credo che la prima cosa da fare sia chiedersi che cosa la stia causando, perché pensare che l'inflazione che diventerà rilevante in una data futura sia probabilmente il risultato di una spesa aggregata eccessiva è davvero difficile da credere. Voglio dire, l'economia statunitense non sperimenta quella che potremmo chiamare inflazione da domanda da quasi un secolo. I tipi di inflazione che sono stati importanti negli Stati Uniti sono quasi sempre arrivati dal lato dei costi: quella che chiamiamo inflazione da costi. Nascono da cose come gli shock del prezzo del petrolio. Si possono vedere aumenti dei tassi di inflazione complessiva perché aumenta la componente abitativa o quella sanitaria, e quindi, quando si pensa a come combattere l'inflazione, se questa deriva dagli aumenti dei prezzi dell'energia, probabilmente non si ottiene molto facendo alzare i tassi di interesse alla Fed o anche facendo aumentare le tasse al Congresso. Bisogna fare qualcos'altro che funzioni, quindi rifiuto l'idea che la MMT consista nell'usare le tasse per combattere l'inflazione. È una caratterizzazione sbagliata di praticamente tutto ciò che abbiamo scritto, ma la gente lo dice in continuazione.


Commento  

Abbiamo già evidenziato la caratterizzazione errata dell'inflazione da parte di Kelton. In questa parte finale Kelton commette l'ulteriore errore di dividere i fattori dell'inflazione in fattori di costo o di domanda. L'errore sta nel non capire che il ruolo della moneta è permettere al consumatore di fare scelte, di confrontare un bene o servizio con un altro nel perseguire la soddisfazione dei propri bisogni. Se i prezzi del petrolio salgono, le preferenze dei consumatori semplicemente cambieranno per adattarsi a questo fatto. Cambiamenti di questo tipo avvengono di continuo, anche con il gold standard. La chiave per capire che cosa determina i prezzi è che i consumatori fanno scelte, valutando un bene rispetto a un altro, e la moneta è semplicemente il meccanismo per farlo.

L'attribuzione dell'inflazione a fattori di costo da parte di Kelton è coerente con la teoria dei prezzi basata sul costo di produzione. Sebbene sia di solito vera per i monopoli statali e sia alla base della filosofia marxiana, non è vera per i mercati liberi. Al contrario, i sostenitori della MMT propugnano di fatto politiche in cui le scelte dei consumatori non dovrebbero più essere necessarie e la moneta viene espansa affinché i consumatori possano acquistare più o meno tutto ciò che desiderano. Dal punto di vista economico, è semplicemente un'assurdità.

 

Conclusione

Basta dedicare pochi istanti a riflettere sulla MMT per accorgersi che di nuovo c'è ben poco. Non aggiunge nulla alla macroeconomia neo-keynesiana, tranne il suo estremismo. Martedì (9 giugno) il professor Paul Krugman ha scritto su Twitter: «Sono d'accordo con Kelton sul fatto che i deficit non siano un problema.  Ma lo deduco dalla macroeconomia del tutto convenzionale, non dalla MMT. Che cosa aggiunge la MMT su questo punto?»

Appunto.

Kelton avanza affermazioni ingenue sul controllo dell'inflazione, che secondo lei è un aumento del livello generale dei prezzi. Ripone una fiducia ingiustificata nella gestione dell'economia da parte dello Stato e nella convinzione che questo possa usare la moneta in modo responsabile come principale strumento di gestione. Ciò avviene nonostante tutte le evidenze empiriche indichino il contrario, e va contro una teoria economica correttamente argomentata.

Si può trarre una sola conclusione: la MMT è un culto macroeconomico effimero, che ci dice molto sulla condizione psicologica di un sistema di credenze più ampio ormai a corto di strada. È forse il sintomo del picco della macroeconomia, che sta per scivolare sull'altro versante della sua influenza declinante verso un fallimento catastrofico e, infine, verso il rifiuto.

Le prove di una catastrofe finale per la macroeconomia si stanno accumulando. Decenni di crescente intervento statale, guidato dalle politiche economiche neo-keynesiane a cui la macroeconomia deve le sue origini, ci hanno portato sull'orlo del più grande baratro economico dagli anni Trenta, e forse di uno ancora peggiore. E lo strumento di gestione economica preferito dai sostenitori della MMT, la moneta fiat, quasi certamente non sarà con noi ancora per molto.





[i]  https://www.cnbc.com/video/2019/03/01/stephanie-kelton-explains-modern-monetary-theory.html

 
 

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