Le paure irrazionali della deflazione

I benefici di una deflazione dei prezzi, determinata dalla combinazione di moneta sana e mercati liberi da interventi governativi, si sono dimostrati il miglior contesto economico possibile; averlo negato a favore del finanziamento inflazionistico ha portato a ripetuti fallimenti monetari e sistemici.

Questo articolo spiega come si sia arrivati a questo punto e ristabilisce la verità sulla deflazione. Lo sviluppo della teoria macroeconomica ha dovuto negare i benefici della deflazione dei prezzi, arrivando incredibilmente a dirci che servono prezzi più alti per stimolare i nostri consumi. 

La deflazione e gli investimenti finanziati dal risparmio rappresentano un contesto economico naturale e molto migliore rispetto ai falsi idoli del debito facile e della stampa di moneta. Non potrà esserci un ritorno alla stabilità di una moderata deflazione dei prezzi senza cambiamenti radicali nel pensiero economico e nelle responsabilità dei governi.

Introduzione

Chiedi a qualsiasi macroeconomista e ti dirà che la sua più grande paura è la deflazione. Forse avrà letto il resoconto di Irving Fisher su come, negli anni Trenta, la deflazione costrinse le banche a liquidare i prestiti vendendo le garanzie in mercati in calo, spingendo ancora più in basso i prezzi degli attivi, accelerando ulteriori vendite, indebolendo ancora di più i prezzi delle garanzie, costringendo le banche a liquidare altre garanzie, spingendo i prezzi ancora più giù…

La deflazione non può essere tollerata, per il timore che si trasformi in un vortice che si autoalimenta. E per essere sicuri, l'inflazione deve restare a un positivo 2%, e qualsiasi calo al di sotto di questa soglia è motivo di preoccupazione. Ma è davvero così?

La risposta si trova negli interessi costituiti di un'economia moderna. Oggi i critici della deflazione credono nell'intervento come mezzo per salvaguardare i posti di lavoro, convinti che la causa dei fallimenti sia l'irrazionalità dei mercati liberi. Prima dell'affermarsi dell'interventismo, i fallimenti economici erano associati ai cicli del credito bancario. A quei tempi, grosso modo fino ai primi anni Venti, la deflazione era ampiamente intesa come una naturale pulizia degli eccessi passati, poiché questi erano sempre preceduti da eccessivo ottimismo e speculazione smaccata. In Inghilterra, Overend Gurney passò dal tranquillo mercato dello sconto a finanziare scadenze più lunghe con raccolta a breve termine, prestando durante il boom delle ferrovie prima di crollare nel 1866. Il fallimento della City of Glasgow Bank nel 1878, seguito da quello di Barings nel 1890, stabilì all'epoca un ciclo del credito bancario di dodici anni. Vale la pena ricordare che sono ormai trascorsi dodici anni dalla crisi di Lehman, il che conferisce una certa urgenza alla situazione attuale.

Le banche non sono mai state chiamate a rispondere come si deve dell'inflazione del credito e hanno sempre resistito ai tentativi di farlo. Di conseguenza, affrontare la vera causa delle periodiche crisi deflazionistiche è sempre stato escluso. Questo ha lasciato come unica soluzione pratica raccogliere i cocci dopo che un boom indotto dal credito si trasforma in catastrofe. E naturalmente, questi salvataggi nel cosiddetto interesse pubblico erano ciò che le banche, in particolare in America, richiedevano sempre più con attività di lobbying. 

L'ultima deflazione purificatrice in senso tradizionale seguì la Prima guerra mondiale: in America fu brutale ma breve. Fu l'ultima volta che il governo statunitense si rifiutò di intervenire, il gold standard a 20,67 dollari l'oncia rimase intatto e seguirono i ruggenti anni Venti. Ma alla fine di quel decennio il presidente Hoover adottò un approccio diverso, di intervento diretto. 

A illustrazione della differenza di prospettiva, il suo predecessore, il presidente Coolidge, disse di Hoover: «Quell'uomo non mi ha dato altro che consigli, tutti sbagliati». Sebbene Coolidge purtroppo ignorasse ciò che la Fed faceva con la moneta, fu l'ultimo dei veri presidenti liberoscambisti, mentre Hoover fu il primo interventista. Il cambio di politica fu segnato dal crollo di Wall Street nel 1929 e dagli anni successivi, in cui la crisi passò da correzione breve e netta a depressione prolungata.

Con esso nacque una nuova generazione di economisti. Dal punto di vista di chi pensa alla carriera, non c'erano né denaro né influenza da guadagnare restando non interventisti, quando il tuo finanziatore, e quello della tua alma mater, è un governo interventista. Gli economisti classici che avevano sostenuto la moneta sana e la legge di Say furono emarginati. Un po' come accade oggi con il movimento sul cambiamento climatico, dove meteorologi obiettivi e qualificati sono stati messi da parte da un gruppo eterogeneo di opportunisti della scienza, un movimento interventista prese il controllo dell'agenda economica.

Fu questo movimento a denunciare la deflazione come l'orrore supremo, presumibilmente causata da un gold standard restrittivo. La moneta doveva ora essere flessibile per gestire l'economia ed evitare il ripetersi della depressione. Il controllo dei prezzi come obiettivo, attuato per la prima volta come politica all'inizio degli anni Venti da Benjamin Strong alla Fed, insieme alla piena occupazione, è da allora scolpito nella pietra tra gli obiettivi delle politiche economiche e monetarie. La conseguenza è che il debito ha preso il posto del risparmio come principale motore del progresso economico. Oggi nel mondo ci sono circa un quarto di quadrilione di dollari di debito, e ora vediamo questa associazione tra creazione di moneta e di debito accelerare sempre più e più rapidamente.

Per fini pratici, il debito è l'altra faccia della stampa di moneta. Con governi orientati al welfare che affrontano impegni crescenti a fronte di entrate fiscali stagnanti, la deflazione sembra essere stata bandita per sempre.

La deflazione e Humpty Dumpty

Pensare che la deflazione sia un pericolo in un momento di inflazione monetaria in accelerazione sembra assurdo. Ma Irving Fisher aveva ragione su un punto: il ciclo del credito bancario che termina con una tendenza del credito a contrarsi è sempre un problema e porta a crisi sistemiche e bancarie periodiche, nel modo da lui descritto. Oggi, però, questa tendenza è contrastata da un'espansione aggressiva della base monetaria, che anticipa una crisi del credito bancario. Nel complesso, quindi, la deflazione della moneta aggregata è semplicemente un mito.

Un ulteriore problema è che gli economisti moderni aderiscono alla scuola di Humpty Dumpty in fatto di definizioni: «Quando uso una parola, significa esattamente ciò che decido io che significhi, né più né meno». Applicano il termine deflazione soprattutto ai prezzi, mentre il suo uso corretto riguarda la quantità di moneta. Se lo cercate su Google, compare la prima accezione. 

L'errore sta nel descrivere il sintomo e non la causa. I prezzi possono scendere per diverse ragioni, e la deflazione monetaria è solo una di esse. Le altre cause principali, discusse più avanti, sono i cambiamenti nel comportamento di risparmio e gli effetti della tecnologia e della concorrenza. 

Restare alla definizione basata sui prezzi solleva un altro problema, dovuto all'impossibilità di misurare le variazioni del livello generale dei prezzi. Gli econometrici hanno via via eliminato gli aumenti di prezzo con vari metodi, così che si registra poca o nessuna inflazione. Se il prezzo di un bene sale, si presume che i consumatori troveranno alternative più economiche, e dunque l'aumento può essere ignorato. I miglioramenti tecnologici sono la scusa per modificare i prezzi in modo da tenerne conto. Secondo il Bureau of Labor Statistics degli Stati Uniti, nei ventidue anni dal 1997 al 2019 il valore dell'indice di un veicolo nuovo è salito di appena lo 0,6%, mentre nello stesso periodo il prezzo medio di un'auto è passato da 16.400 a 36.718 dollari, con un aumento del 124%. Con trucchi di questo tipo è facile capire perché analisti indipendenti, come Shadowstats.com e Chapwood Index, stimino che negli ultimi anni l'inflazione annua dei prezzi si sia aggirata intorno al 10%, mentre l'IPC ufficiale sale del 2%, un valore fissato a tavolino.

Con la manipolazione statistica, le cifre ufficiali potrebbero persino indicare una deflazione dei prezzi quando l'inflazione monetaria o dei prezzi è rilevante. Purtroppo sono le statistiche ufficiali dell'IPC a essere accettate come verità, benché siano dimostrabilmente errate. Una narrazione che condanna la deflazione e ricorre alla manipolazione statistica consente al governo e alle banche da esso autorizzate di usare l'espansione monetaria come strumento sempre più importante di finanziamento e di ricostituzione delle riserve bancarie, mentre i consumatori si impoveriscono progressivamente a causa di prezzi più alti senza aumenti compensativi del reddito.

Oggi le evidenze empiriche vengono ignorate

Il denaro sano, ossia il denaro che si espande e si contrae su richiesta del pubblico e non dello Stato e delle sue banche autorizzate, tende nel tempo a portare a un calo dei prezzi, anche se il livello generale dei prezzi non può essere effettivamente misurato e dovrebbe restare nulla più che un concetto economico. L’esempio più chiaro è l’straordinario successo dei libero mercato nel XIX secolo, guidato da un governo saggio in Gran Bretagna.

Dopo le guerre napoleoniche, nel 1817 fu introdotta la sterlina d’oro, che divenne l’ancora di salvezza del sistema monetario britannico. Nonostante le perturbazioni dei cicli del credito bancario, la domanda di sterline e di surrogati dell’oro, sotto forma di banconote della Banca d’Inghilterra, era una questione che riguardava il commercio e il pubblico, e fu consolidata nel Bank Charter Act del 1844. Il denaro sano, con le mani dello Stato saldamente legate dal gold standard, vide una piccola nazione di circa 27 milioni di abitanti (1851) diventare la più prospera e influente della terra entro la fine del secolo, in un contesto di deflazione dei prezzi. 

I prezzi dei generi alimentari diminuirono. Una pagnotta da quattro libbre, alimento base nel 1810, costava oltre uno scellino, per scendere a meno di dieci pence, ossia di oltre il 20%, entro la fine degli anni Ottanta dell’Ottocento. Gli atti dell’Old Bailey registrarono che anche i prezzi dei beni manifatturieri calarono in modo significativo, in particolare quelli dell’abbigliamento.[i]Se a questi prezzi fosse stato applicato il metodo edonico, come si usa oggi, sarebbero scesi ancora di più, grazie al enorme miglioramento del tenore di vita complessivo e dei processi produttivi dovuto all’innovazione tecnologica.

Il calo dei prezzi fu ancora più notevole se si considerano le scoperte di oro a Sutter’s Mill in California nel 1848, in Australia negli anni Cinquanta dell’Ottocento e dopo, e in Sudafrica negli anni Novanta. Goldmoney stima che le scorte di oro sopra il suolo siano passate da 4.105 tonnellate nel 1816, quando il Coinage Act dichiarò la nuova sterlina unico standard di valore e moneta a corso legale illimitato, a 23.685 tonnellate allo scoppio della Prima guerra mondiale, con un aumento del 477%. La corsa all’oro californiana fece raddoppiare la produzione annua stimata delle miniere, che poi rimase generalmente stabile fino al 1891; dopo di allora la produzione sudafricana la raddoppiò di nuovo negli anni Novanta. Pur essendo un errore supporre che l’unico uso dell’oro fosse monetario, non vi è dubbio che la maggiore disponibilità di oro rappresentasse un notevole potenziale di inflazione monetaria nella seconda metà del secolo.

Nonostante l’inflazione delle scorte auree, il più grande progresso economico mai registrato si ebbe in Gran Bretagna durante un periodo di continua deflazione dei prezzi. Una ragione importante di questa dicotomia fu che spettava al pubblico, non al governo, stabilire la quantità di oro monetario, e il pubblico utilizzava solo ciò che era realmente necessario alle proprie circostanze. 

Per gran parte di quel periodo la Gran Bretagna fu l’unico paese di rilievo con il gold standard, mentre altrove predominarono fino al 1870 circa il bimetallismo con l’argento o gli standard argentei. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, oltre l’80% del naviglio mondiale in mare era stato costruito in Gran Bretagna, a testimonianza della sua forza economica. E ora ci viene detto di credere che la deflazione faccia male.

Risparmi

Vi sono diverse ragioni per cui il XIX secolo segnò un netto miglioramento delle condizioni economiche e del tenore di vita. Le tasse erano basse. L’Income Tax Act del 1842 la reintrodusse con un’aliquota del 2,9% sui redditi annui superiori a 150 sterline, equivalenti oggi a circa 50.000 sterline misurate in sovrane d’oro. Alle persone comuni era consentito accumulare ricchezza. Ma probabilmente il fattore più evidente a influenzare i prezzi futuri fu l’accumulo di risparmi. 

Rispetto alle economie odierne, trainate dal debito e alimentate dall’espansione monetaria e dall’intervento pubblico, le economie ottocentesche, fondate sul risparmio, richiedevano ai debitori di fare offerte più alte per ottenere capitale d’investimento dai risparmiatori. Anche se riusciva a ottenere prestiti per investimenti e capitale circolante, un debitore con una cattiva reputazione commerciale finiva per pagare un tasso d’interesse elevato, mettendosi in svantaggio competitivo. 

Di conseguenza, in una cultura fondata sul risparmio il comportamento del debitore diventa per necessità molto più responsabile verso i fondi dei risparmiatori rispetto a quando il debito è disponibile grazie all’inflazione monetaria. Essendo finanziato dal risparmio, l’investimento industriale procedeva partendo dal presupposto che i prestiti dovessero essere rimborsati. Sapere che il potere d’acquisto dell’oro poteva aumentare nel tempo era un ulteriore incentivo a rimborsare il capitale preso in prestito il più in fretta possibile. L’aforisma dickensiano di Mr Micawber, secondo cui spendere entro i propri mezzi evita l’infelicità, valeva senza dubbio. 

Il risparmio ebbe due influenze principali sui prezzi. Nella misura in cui rappresentava un consumo immediato rinviato, un aumento dei risparmi riduceva la domanda potenziale di beni di consumo, abbassando così il livello generale dei prezzi rispetto a quello che si avrebbe con un tasso di risparmio inferiore.  Inoltre, i risparmi erano la materia prima degli investimenti industriali e commerciali, che miglioravano la qualità e riducevano i costi unitari.

Nonostante l’inflazione delle scorte auree sopra il suolo, e quindi della disponibilità di sterline d’oro e di surrogati dell’oro, il fatto che i prezzi siano scesi testimonia la capacità di un’economia di libero mercato senza vincoli di portare benefici al pubblico. Ci voleva un governo benevolo, che limitasse rigorosamente il proprio prelievo sui libero mercato, per comprenderne l’importanza, e la Gran Bretagna dell’Ottocento ne aveva in abbondanza.

Il governo britannico a favore della concorrenza

Invece di ripercorrere l'intera storia economica dell'Ottocento, è sufficiente soffermarsi brevemente sulle principali azioni di due primi ministri, Lord Liverpool e Robert Peel.

Lord Liverpool (1770-1828) riportò la Gran Bretagna al gold standard nel 1821, dopo la sua sospensione durante le guerre napoleoniche. Al momento del decisivo dibattito parlamentare del maggio 1819, il denaro in circolazione era costituito quasi interamente da carta, mentre prima della guerra, nel 1792 (cinque anni prima della sospensione del gold standard nel 1797), si componeva di 30 milioni di sterline in oro e 20 milioni in carta. Nel 1819, nonostante gli scambi commerciali fossero quasi quadruplicati, ammontava ancora a 50 milioni di sterline. Sebbene sistemi di regolamento più efficienti e un maggiore ricorso alle cambiali scontate permettessero al denaro di circolare più facilmente, l'oro era praticamente scomparso dalla circolazione, perché, oltre a essere scomodo per regolare gli scambi, aveva sviluppato un premio sul proprio valore che lo spingeva fuori dalla circolazione.

Come primo ministro, Liverpool supervisionò il ritorno da questa situazione al gold standard prebellico. Era mosso da tre considerazioni. Primo, sebbene l'inflazione monetaria avesse permesso al governo di finanziare la guerra, non poteva essere una parte permanente del sistema economico, dato che la necessità di un finanziamento inflazionistico era venuta meno. Secondo, la gestione della valuta doveva restare alla Banca d'Inghilterra, perché non era una questione da affidare al Parlamento. E terzo, poiché l'oro era sceso da un premio del 30% rispetto alla carta ad appena il 3%, il ritorno appariva senz'altro possibile, se fatto gradualmente.[ii]

Per far reggere il vecchio standard sarebbe stata necessaria una deflazione delle banconote rispetto all'oro. Al ritorno all'oro, una volta concordato, si attribuisce il calo dei prezzi tra il 1819 e il 1821. Nel 1819 fu registrata una recessione di sei mesi, iniziata al momento del dibattito parlamentare. Ma è un errore attribuire queste condizioni interamente al ritorno al gold standard precedente al 1797, se si tiene conto della precedente euforia postbellica, che aveva portato a un breve boom. Che la ragione siano questi eventi o le politiche di Liverpool, la reintroduzione del gold standard precedente al 1797 fornì uno sfondo di stabilità monetaria che durò oltre novant'anni.

Robert Peel fu importante sotto due aspetti. Supervisionò l'introduzione del Bank Charter Act, che riformò il sistema bancario in modo che l'emissione di banconote diventasse prerogativa della Banca d'Inghilterra, e che sarebbe stata ampliata solo con la piena copertura in oro fisico. Sebbene la legge fosse concepita per rafforzare il gold standard, purtroppo trascurò il problema del credito bancario privo di copertura.

Il suo secondo atto, l'abrogazione delle Corn Laws nel 1846, portò entro il 1860 all'abrogazione di quasi tutti gli altri dazi, con benefici economici sostanziali. Significò prezzi più bassi per i generi alimentari di base, dando agli operai delle fabbriche, che prima avevano salari più o meno di sola sussistenza, denaro libero da spendere in altre cose. A sua volta, ciò portò a un'espansione dell'attività manifatturiera, riducendo ancora di più i costi di produzione. L'abolizione dei dazi ebbe un tale successo che altri paesi, come la Francia e gli stati di lingua tedesca del continente, seguirono l'esempio.

La reintroduzione del gold standard nel 1821 e il Bank Charter Act furono concepiti per eliminare dal governo la tentazione del finanziamento inflazionistico, in linea con la politica di Lord Liverpool. L'eliminazione dei dazi da parte di Peel portò a prezzi più bassi per le merci. Insieme, assicurarono una deflazione generale dei prezzi che durò fino alla prima guerra mondiale. Fu un periodo di enorme successo per la Gran Bretagna e i suoi partner commerciali, non solo nel Commonwealth e nelle colonie, ma anche perché stimolò gli affari in America e in Europa. E tutto questo grazie a politiche economiche oggi considerate la più grande minaccia per l'economia globale.

Conclusione

L’evidenza storica indica che la deflazione dei prezzi offre vantaggi sostanziali a consumatori, imprese e risparmiatori. Questo articolo ha mostrato molto brevemente perché è così, attingendo all’esperienza della Gran Bretagna nell’Ottocento, e non c’è motivo di ritenere che una situazione deflazionistica analoga sarebbe diversa oggi. Al contrario, uno degli inganni contemporanei più evidenti, spacciato per verità universale, è che i consumatori traggano beneficio da prezzi più alti grazie allo stimolo che questi darebbero alle imprese. 

A ogni livello questa tesi è palesemente sbagliata. L’argomento degli inflazionisti ha distrutto sia i risparmi sia la ricchezza personale, lasciando il consumatore medio in condizioni peggiori. Trasferisce ricchezza dai produttori ai non produttori, in particolare allo Stato, alle banche da esso autorizzate e agli speculatori. Il fatto è che gli inflazionisti cercano di giustificare l’inflazionismo.

L’inflazionismo odierno affonda le sue radici nell’alternarsi di espansione e contrazione del credito bancario, un problema che purtroppo il Bank Charter Act del 1844 non ha affrontato. Più di ogni altro errore, esso ha portato, attraverso successivi cicli del credito, alla nascita delle banche centrali e al loro controllo delle leve della politica monetaria. Ha richiesto il rifiuto della teoria economica classica e la sua sostituzione con una nuova generazione di macroeconomisti, formati per giustificare la crescente gestione statale di moneta e credito. In questo processo la teoria economica ragionata è stata scartata a favore della socializzazione della moneta, e di molto altro. La deflazione ha dovuto essere demonizzata per giustificare questo nuovo mondo macroeconomico.

Ciò ha portato alla situazione attuale, in cui, senza ulteriore inflazione monetaria, i governi dovrebbero revocare deliberatamente gran parte delle misure di welfare introdotte da quando il presidente Hoover, nel 1929, divenne il primo interventista. Senza ulteriore inflazione monetaria, il sistema bancario globale dovrebbe affrontare tensioni di liquidità che rischierebbero di farlo crollare: in effetti, queste tensioni sono già comparse nel sistema monetario statunitense, costringendo la Fed a immettere ogni giorno grandi quantità di liquidità tramite operazioni di pronti contro termine. 

Senza ulteriore inflazione monetaria, i tassi di interesse salirebbero immediatamente, portando al fallimento imprese e consumatori indebitati, che si sono abituati a denaro facile da non restituire mai.

Tutto ciò che ottiene ulteriore inflazione è rinviare questi esiti, non evitarli. Da questo paese delle fate macroeconomico non può derivare che un solo risultato: il crollo delle valute fiat prive di copertura. Il ritorno a una moneta solida, a mercati liberi e a prezzi determinati dall’impiego di risparmio autentico richiederà cambiamenti di proporzioni sismiche.

Un giusto rispetto per i benefici della caduta dei prezzi avrebbe forse evitato la crisi monetaria ed economica incombente.



[i]Vedi https://www.oldbaileyonline.org/static/Coinage.jsp

[ii]Per il ruolo di Lord Liverpool nel ritorno al gold standard e per il suo discorso al Parlamento, vedi https://www.cobdencentre.org/2017/08/lord-liverpool-and-the-return-to-gold/

 

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