Conosciamo fin troppo bene la tendenza delle posizioni consolidate a respingere il cambiamento, e i fatti non c'entrano nulla. Sulle grandi questioni, la mente dell'establishment è spesso del tutto chiusa a qualsiasi ragionamento. Per capirne il motivo dobbiamo comprendere la psicologia della folla che sta dietro al consenso sistemico. È il motore lontano che alimenta il generatore che produce l'elettricità che ci spinge verso disastri ripetuti, nonostante le prove precedenti che si potevano evitare, e che alimenta persino la follia del politicamente corretto.
Lasciamo perdere l'argomentazione, guardiamo alla psicologia
Un pregiudizio umano poco esaminato spiega perché le istituzioni si aggrappano spesso alle proprie convinzioni, rifiutando un dibattito ragionevole. Chi affronta l'irragionevolezza dell'establishment rischia di vedere le proprie motivazioni diffamate e attaccate sul piano personale. Ci sono molti ambiti di governo in cui ciò è dimostrabilmente vero.
La leadership si basa troppo spesso sulle convinzioni prevalenti, con menti saldamente chiuse a qualsiasi prova che possano sbagliarsi. Persino Galileo fu costretto dall'Inquisizione, nel 1633, a ritrattare le proprie prove scientifiche secondo cui la Terra gira attorno al Sole: una proposizione del tutto ragionevole e logica, benché nuova, per una mente indipendente. Ma solo nel 1992 l'establishment religioso del Vaticano lo perdonò per aver avuto ragione.
Erano passati 359 anni, ben oltre il momento in cui la cosa poteva avere importanza per Galileo. Per fortuna, quando la visione dell'establishment si discosta dai fatti, raramente sopravvive così a lungo. Socialismo, economia, cambiamento climatico e Brexit mostrano le stesse opinioni statiche, al riparo da contraddizioni scomode. Questo non significa che l'establishment debba essere giudicante. Il governo democratico, nella sua forma migliore, cerca di restare neutrale e di riflettere un equilibrio di opinioni. Ma ci sono momenti in cui perde di vista il terreno solido e viene sovvertito dalla psicologia delle proprie convinzioni consolidate ma infondate.
Il dibattito sulla Brexit è un esempio classico della psicologia che prevale sulla ragione: pochi sostenitori del Remain o del Leave hanno cambiato idea dal referendum del 2016. I Remainer influenti sono, nel complesso, coloro che hanno lavorato nel governo durante i quarantacinque anni di crescente trasferimento di potere politico dalla Gran Bretagna a Bruxelles. Altri credono con forza che far parte di un'unità economica più grande sia più sicuro che esporsi ai mercati liberi. Ci sono poi quelli convinti che la Brexit inciderà direttamente sulla loro vita e che temono l'incertezza. Qualunque sia la loro motivazione, il loro istinto inconscio è cercare protezione in un establishment che fa da custode, piuttosto che rischiare con una proposta di natura commerciale.
Lo scopo di questo articolo non è discutere della Brexit, né di altre politiche governative, ma spiegare la psicologia del consenso sistemico. La Brexit è solo un esempio di un fenomeno più ampio e funge da caso d'attualità. Questo articolo amplia l'ambito del lavoro di Pierre Desrochers e Joanna Szurmak, entrambi dell'Università di Toronto, che hanno esaminato il legame di lunga data tra le teorie sulla sovrappopolazione e il cambiamento climatico.[i] Sostengo che la loro tesi sia applicabile anche ad altri casi di dibattito umano, in cui fattori psicologici ostacolano la ragione. La Brexit sarà il nostro caso di studio, essendo di attualità, ma farò riferimento ad altri esempi quando opportuno.
Le proposte della Brexit
I sostenitori della Brexit basano la loro argomentazione su due proposizioni principali. La prima è la perdita della sovranità britannica, con cui intendono il diritto dell'elettorato britannico di determinare il proprio futuro collettivo. Tradizionalmente, questo è stato prerogativa della democrazia parlamentare del Regno Unito: un Parlamento eletto approva tutta la legislazione, che poi viene amministrata dai tribunali attraverso il diritto penale e civile. Questi diritti democratici consolidati sono stati sempre più trasferiti a un esecutivo non eletto a Bruxelles. È vero che esiste un Parlamento europeo al quale l'elettorato britannico invia dei rappresentanti, ma questo non può avviare la legislazione e, in pratica, non può nemmeno esercitare un vero controllo sull'esecutivo. Il lontano esecutivo di Bruxelles è inoltre superiore ai parlamenti nazionali e impone regolamenti che devono essere recepiti nelle leggi nazionali. La Corte di giustizia europea è il tribunale supremo e prevale sui sistemi giuridici nazionali.
Far parte dell'UE significa per l'elettorato britannico perdere la responsabilità democratica dei governanti. Secondo i sostenitori della Brexit, è semplicemente un dato di fatto. Uscire dall'UE e tornare alla piena responsabilità parlamentare sarebbe un ritorno a una democrazia di lunga data, che quasi tutti ritengono la migliore forma di governo.
La seconda questione importante è, probabilmente, la meno rilevante delle due, e riguarda la domanda se le prospettive economiche della Gran Bretagna siano migliori all'interno dell'area doganale dell'Unione europea o al di fuori di essa. L'evidenza empirica è che la Gran Bretagna ebbe risultati spettacolari nell'Ottocento eliminando tutte le barriere commerciali e i dazi, senza stipulare accordi commerciali, e che il suo status globale prima della Prima guerra mondiale si deve quasi interamente al commercio senza restrizioni. I sostenitori della Brexit affermano che l'economia conferma l'evidenza empirica: gli scambi di beni con l'UE rappresentano solo l'8% del PIL britannico e diminuiscono rispetto agli scambi di beni con il resto del mondo.
È interessante notare che gli economisti del governo e i loro sostenitori non affrontano fino in fondo la questione economica: solo lo European Research Group (ERG), favorevole alla Brexit, sostiene seriamente la tesi economica. Non sembra dipendere dall'attenzione dei media. Piuttosto, l'establishment economico ha perso credibilità tra la gente comune prevedendo un crollo dell'economia in caso di Brexit. Era evidente che il Tesoro britannico, la Banca d'Inghilterra e il FMI avevano impostato i dati di input dei loro modelli economici in modo tale che un esito pro-Brexit del referendum risultasse disastroso. Al contrario, gli investimenti dall'estero sono aumentati, smentendo le previsioni secondo cui le società europee e straniere avrebbero venduto tutto e se ne sarebbero andate. L'economia britannica è ora in forte espansione, nonostante l'incertezza sui negoziati per la Brexit.
A differenza della critica positiva dell'ERG, i sostenitori del Remain hanno fatto continuamente ricorso a tattiche allarmistiche, come l'affermazione che Calais sarà chiusa alle navi provenienti da Dover (smentita dalle autorità portuali di Calais). Sostengono che tutti i voli dal Regno Unito verso l'UE e quelli che attraversano il territorio dell'UE saranno a rischio (assurdo, perché andrebbe contro il diritto aeronautico internazionale, e comunque il controllo del traffico aereo britannico gestisce i voli transatlantici diretti in Europa). Sostengono che i farmaci per il servizio sanitario nazionale (NHS) verranno bloccati (davvero?). E così via. Tutto ciò che gli esponenti dell'establishment favorevoli al Remain hanno fatto è stato usare la paura al posto del dibattito.
Anche sul tema della responsabilità democratica i sostenitori del Remain non hanno mai dato risposte adeguate, presumibilmente perché sanno di non poter vincere quel dibattito. Preferiscono invece aggirare la questione. Logicamente, dati i fatti verificabili su democrazia ed economia, e avendo avuto due anni per riflettere sulle questioni democratiche ed economiche, si penserebbe che un numero crescente di sostenitori del Remain ammetterebbe che la propria posizione originaria era insostenibile e la rivedrebbe. Non è così. Restano fermi come sempre, un po' come il Vaticano con la sua lunga negazione della scoperta di Galileo.
Sei fattori psicologici
Negare qualcosa che è sempre più evidente deve dipendere dalla psicologia umana. Nel capitolo 6 dell'opera di Desrochers & Szurmak vengono individuati sei fattori identificabili, che esamineremo uno alla volta per capire meglio la psicologia del dibattito. Li elenco sotto i titoli seguenti (differiscono leggermente dall'originale):
- Il triangolo di ferro della crisi
- La psicologia delle argomentazioni radicate
- Il ragionamento motivato
- Il tema teorico centrale
- L’élite degli unti e
- Ottimismo e pessimismo
Il triangolo di ferro della crisi
La Brexit rappresenta una minaccia per le istituzioni che devono la propria esistenza alla permanenza della Gran Bretagna nell'UE. Un buon esempio sono i quango britannici[ii], che fanno da collegamento con circa 53 quango dell'UE a Bruxelles. I quango britannici amministrano nel Regno Unito i regolamenti dell'UE per delega. Non rispondono politicamente a nessuno e possono esercitare un potere considerevole. La Brexit, con la sua promessa di mercati più liberi, è una minaccia fondamentale per la loro esistenza: in primo luogo perché spezzerà rapporti operativi consolidati con Bruxelles, in secondo luogo perché i quango-crati, per il loro stesso impiego, sono contrari ai mercati liberi. C'è poi la minaccia alle loro prospettive di lavoro personali.
Sono questi quango-crati la fonte di circa ottanta documenti governativi sull'impatto di un'uscita senza accordo, che spaziano dal settore bancario alla ricerca nucleare. Ogni documento ha presentato deliberatamente lo scenario peggiore in termini di disagi e costi, senza alcun cenno ai possibili benefici. Come scriveva il saggista HL Menken cent'anni fa,
«…l'intero scopo della politica pratica è tenere la popolazione in allarme (e quindi desiderosa di essere condotta al sicuro) con una serie infinita di spauracchi, la maggior parte dei quali immaginari.»[iii]
Questi quango e altri impiegano esperti altamente qualificati per elaborare analisi indipendenti sulle conseguenze della Brexit. Il pubblico dovrebbe restare colpito dalla loro apparente neutralità. È lecito scommettere che nessuno di questi esperti indipendenti ammetta che la Brexit sia positiva: non è questo il compito che gli è stato affidato. I quango-crati combattono per la propria sopravvivenza e sono ferocemente sulla difensiva.
Poi ci sono i media, sempre pronti a riportare una potenziale crisi, ma che non bilanciano il loro racconto mettendo in discussione in modo rigoroso la posizione statalista. I quango-crati che stanno dietro a tutto questo raramente, se non mai, vengono chiamati a rispondere, essendo funzionari pubblici che rispondono solo ai ministri. Se si interroga il ministro, questi si limita a ripetere il parere dei suoi esperti, che, venendo dagli esperti, resta incontestato.
Le domande sono riservate agli sfidanti, i sostenitori della Brexit, nella posizione di intrusi, la parte che cerca di rovesciare l'ordine costituito. L'emittente di Stato, la BBC, evidenzia volentieri gli aspetti negativi da prima pagina che le vengono serviti dagli esperti del governo. Ma nel suo «resoconto equilibrato» si mostra naturalmente scettica verso qualsiasi cosa i sostenitori della Brexit offrano in risposta, e il loro messaggio positivo non potrà mai essere tanto notiziabile o credibile quanto quella serie infinita di spauracchi di Stato.
Questa trinità, questo triangolo di ferro come lo definiscono Desrochers e Szurmak, è quindi composta da interessi consolidati dell'establishment, dalla promozione della paura del cambiamento e dalla gestione dei media. È un circolo di retroazione di carriera e protezionismo, guidato dalla psicologia delle argomentazioni trincerate, che è il nostro prossimo tema.
1. La psicologia delle argomentazioni trincerate
Un approccio razionale per assimilare e comprendere nuove informazioni consisterebbe nell'affrontarle in modo logico e senza pregiudizi. Chiaramente, questo non accade. Il nostro cervello è ancora cablato come ai tempi dei cacciatori-raccoglitori, quando le decisioni si basavano sulla scelta tra attacco o fuga. Abbiamo quindi una tendenza naturale a restare aggrappati a una posizione protetta anche dopo che è diventata insostenibile.
Immagina di far parte di una comunità di primitivi delle caverne in cui la scelta tra attacco e fuga diventa una decisione di gruppo. Ci sosteniamo a vicenda nell'incertezza ben oltre il momento critico, rompendo i ranghi solo quando la fuga è diventata l'unica opzione. È sopravvivenza attraverso una difesa reciproca rivolta all'interno, non attacco. È la psicologia profonda del pensiero di gruppo, ovvero della psicologia delle argomentazioni trincerate. Porta sull'orlo del precipizio della crisi.
Alcuni ricercatori della Cornell University hanno esaminato il fenomeno.[iv] Hanno rilevato che «i partecipanti preferiscono apprendere informazioni da fonti del proprio gruppo e concordano maggiormente con i membri del proprio gruppo su questioni morali e politiche». Questo porta il pensiero di gruppo nel territorio della persistenza, dove l'opzione della fuga è ormai superata e le opinioni esistenti si radicano ulteriormente. La consapevolezza della situazione reale viene compromessa dall'ignoranza di sé rispetto alle lacune nella conoscenza e nel giudizio del gruppo. Ha perfino un nome: effetto Dunning-Kruger.[v]
A questa ignoranza di sé si può aggiungere la sovrastima, da parte di un gruppo, della propria comprensione di questioni controverse, che porta all'illusione del «pregiudizio di comprensione». Più membri di un gruppo discutono una questione, più il pregiudizio di comprensione si rafforza. Ne vediamo prove nella politica in generale, in particolare quando nel tempo le opinioni si fondono in ideologie politiche diverse. In America i Democratici sono intellettualmente capaci quanto i Repubblicani, eppure i due partiti si sono ritirati in pregiudizi di comprensione nettamente diversi. Lo vediamo anche con la Brexit, dove la reazione dell'establishment a un attacco allo status quo politico diventa sempre più trincerata.
Le argomentazioni trincerate sono rafforzate dal realismo ingenuo. Un realista ingenuo presume di essere personalmente razionale e imparziale nell'assimilare e valutare i fatti, e presume inoltre che chi non arriva alle stesse conclusioni sia ignorante, di parte o entrambe le cose. Il realismo ingenuo è il prodotto di un falso consenso, per cui chi è d'accordo con il realista ingenuo viene visto come più razionale di chi non lo è. Le argomentazioni trincerate e il realismo ingenuo diventano la forza trainante del ragionamento motivato.
2. Ragionamento motivato
Crediamo naturalmente nella ricerca scientifica, partendo dal presupposto che tutti quei dottori di ricerca delle migliori università conducano esperimenti per le stesse ragioni che ci hanno insegnato a scuola durante le lezioni di chimica. Purtroppo la motivazione della comunità scientifica, sia nelle scienze naturali sia in quelle sociali, non è così pura. Gli scienziati sono esseri umani e hanno bisogno di guadagnarsi da vivere, cosa molto più facile se si allineano al generale pregiudizio di conferma. Nel mondo successivo agli studi, uno scienziato ha bisogno di una posizione retribuita, di riconoscimento e di pubblicare spesso su riviste autorevoli. Le buone idee vengono soppresse e dati scadenti a sostegno di idee sbagliate sono troppo spesso il risultato di questo ragionamento motivato.[vi]
Lo ha riassunto meglio di chiunque altro John Ioannidis, professore di medicina alla Stanford University:
“Gli scienziati di un determinato settore possono essere prevenuti per il semplice fatto di credere in una teoria scientifica o di essere legati ai propri risultati…Ricercatori prestigiosi possono sopprimere, attraverso il processo di revisione paritaria, la comparsa e la diffusione di risultati che confutano i loro, condannando così il proprio settore a perpetuare falsi dogmi. Le evidenze empiriche sul parere degli esperti mostrano che esso è estremamente inaffidabile.”[vii]
È vero che il professor Ioannidis scriveva della ricerca nelle scienze naturali, ma i metodi e le evidenze empiriche valgono anche per le scienze sociali. Descrive bene gli studi pubblicati dalle banche centrali e dai professori di economia delle università. È anche tipico dei compartimenti stagni di opinione presenti nei dipartimenti governativi.
Questa settimana abbiamo perfino un esempio di confutazione dei risultati. Un professore di filosofia morale a Oxford sta lanciando una rivista di “idee controverse” in cui i ricercatori possono pubblicare idee in forma anonima. Citiamo il professor Jeff McMahan in un articolo del Daily Telegraph di martedì: “Vedo una tendenza crescente, all’interno dell’università e fuori, a cercare di sopprimere le opinioni che non piacciono e a trattarle come malvagie e indicibili, invece di affrontarle e confutarle.”
Una rivista di idee controverse anonime è una risposta tempestiva al politicamente corretto onnipresente a Oxford, al quale le autorità universitarie sono troppo deboli per opporsi. Dimostra che nelle nostre migliori università gli studenti imparano in fretta il potere di gestire un’agenda per controllare i compagni e i docenti, che sembrano impotenti di fronte a questo fenomeno. Sono i leader e gli amministratori di domani, e probabilmente useranno le stesse tattiche nelle loro future carriere, avendo capito che devono prendere il controllo dell’agenda.
La piccola ribellione del professor McMahan conferma che il processo di revisione paritaria viene usato non per lo scopo per cui era stato concepito, ma per contenere il dissenso nei campus, a sostegno della tesi del professor Ioannidis. Il ragionamento motivato, come il politicamente corretto, consiste soprattutto nel costruire un tema teorico centrale.
3. Il tema teorico centrale
Un modo in cui gli esperti respingono le evidenze contrarie è restare fedeli a un tema teorico centrale. Ricordo una corrispondenza via email che ebbi nel 2016 con un noto giornalista finanziario, che si interruppe quando lui dichiarò:
“A mio avviso, il tasso di risparmio globale record (27%) è la causa principale dei nostri problemi. Bisogna trovare un modo per spostarlo verso i consumi, per riequilibrare l’economia globale.”
In altre parole, si attiene a un tema teorico centrale. Evidentemente non era disposto a discutere perché fosse di questo avviso. Non stiamo giudicando se sia corretto, ma solo che lo sostiene, che lo dà per scontato. Stava segnalando che non si sarebbe spostato, quindi proseguire il dibattito era inutile. Questo vale per tutta l’economia finanziata dallo Stato, di cui questa opinione è espressione. Sono stati scritti numerosi studi per giustificare questa posizione. Ma se il professor Ioannidis ha ragione nel dire che le evidenze empiriche mostrano che il parere degli esperti è estremamente inaffidabile, cosa che sembra confermata nei campi dell’economia e della teoria monetaria, ciò spiega la chiusura mentale verso un dibattito equilibrato. Finché ci si attiene a un tema teorico centrale, diventa quasi impossibile rovesciarlo.
La determinazione di questo giornalista a restare fedele al suo tema keynesiano centrale è la sua tessera di appartenenza all’élite degli unti.
4. L’élite degli unti
Tutti vogliamo appartenere a qualcosa, fare la differenza, migliorare la società. Sappiamo che per riuscirci dobbiamo avere influenza, e il modo migliore per ottenerla è aderire a una causa che gode del sostegno dell'establishment e promuoverla. Nulla somiglia alla rassicurante sensazione di un invito aperto nei salotti dei grandi e dei buoni. Le personalità note che hanno questo accesso usano la propria fama e posizione per farsi ungere accanto all'élite e continuano a fare carriera finché stanno al gioco.
L'espressione è dell'economista e teorico politico Thomas Sowell, oggi Senior Fellow presso la Hoover Institution della Stanford University. L'ha coniata nel suo libro del 1995, dal titolo efficacemente sintetico, The Vision of the Anointed: Self-congratulation as a basis for social policy.
Ci siamo imbattuti tutti in questo fenomeno, anche se magari non ne riconosciamo la verità di fondo: l'esperto indipendente chiamato spesso dai media a commentare in un campo specialistico. Questi esperti dipendono dalle informazioni che ricevono da persone interne al governo. Adottano e mantengono il ruolo di esperti a pieno titolo, ma non viene mai chiarito che devono il loro status mediatico quasi interamente alla fedele rappresentazione delle intenzioni dell'élite. Se sono così sciocchi da diventare critici, vengono subito privati dell'unzione, e lo sanno.
Vale per gli ex politici come per i giornalisti. Se, per esempio, il corrispondente finanziario di un quotidiano nazionale non sta al gioco, rischia di essere escluso dai briefing riservati dell'élite sia al ministero delle Finanze sia alla banca centrale, mentre i suoi colleghi di altre testate continuano a essere invitati. «Quel giornalista del Daily Screech non è affidabile. Meglio non includerlo nei nostri briefing off the record.» La minaccia dell'esclusione è il modo più sicuro per l'élite di garantire che a prevalere sia il proprio messaggio.
Lo abbiamo visto sgretolarsi quando Donald Trump è diventato presidente. L'élite degli unti è stata messa da parte, insieme ai suoi amici dei media. Il presidente Trump, invece, si sta dando da fare per creare una propria élite di unti, escludendo dai briefing off the record i media prediletti dall'élite precedente e accusandoli di diffondere notizie false.
L'élite degli unti, rovesciata dall'ottimismo relativamente fiducioso del presidente Trump, aveva promesso un sollievo rispetto alle prospettive pessimistiche di essere governati da un'amministrazione Clinton. Questo è il nostro ultimo argomento.
5. Ottimisti contro pessimisti
Gli ottimisti del bicchiere mezzo pieno e i pessimisti del bicchiere mezzo vuoto non si dividono in modo uniforme tra i due lati di una questione. In pratica, l'establishment e chi ha una posizione nella società sono protettivi e pessimisti verso il cambiamento, mentre gli outsider a mentalità commerciale tendono ad avere una visione più ampia e ottimista.
Gli psicologi ci dicono che come esseri umani abbiamo due personalità. Una metà di noi protegge ciò che possiede, dandoci un senso di luogo, proprietà e casa. L'altra metà è un viaggiatore in cerca di nuovi orizzonti, relazioni con l'estero e scambi commerciali. La giornalista e attivista Jane Jacobs (di New York e poi di Toronto) ha identificato e descritto questi due schemi di precetti morali come sindrome del guardiano e sindrome commerciale.[viii]
Come individui, comunità e persino nazioni, abbiamo un mix diverso di queste caratteristiche. Le due sindromi mostrano caratteri differenti, ed è per questo che alcuni di noi sono avventurieri e altri casalinghi. Le relazioni commerciali sono aperte verso l'esterno e l'onestà negli affari viene premiata, mentre i guardiani sono protettivi e privilegiano la lealtà. I commerciali rifuggono la forza e giungono ad accordi volontari, mentre i guardiani rifuggono il commercio ed esercitano la prodezza. I commerciali sono collaborativi, competitivi e rispettano i contratti, mentre i guardiani sono esclusivi, si vendicano e rispettano la gerarchia. I commerciali sono aperti all'inventiva e alla novità, mentre i guardiani si aspettano obbedienza e disciplina. E così via.
Le attività dei commerciali comprendono il lavoro di produzione e scambio, mentre i guardiani sono i leader politici, gli amministratori, gli educatori e i garanti della legge. Le due sindromi spiegano bene le diverse mentalità e i diversi doveri sociali del settore privato rispetto ai governi. Possiamo anche vedere dove passa questa divisione nel dibattito sulla Brexit. È chiaramente una divisione tra i sostenitori della Brexit, che ne guardano con ottimismo le opportunità commerciali, e i fautori del Remain, pessimisti guardiani dello status quo. Non sorprende che, nonostante il governo britannico prometta di realizzare la Brexit, stia in realtà facendo tutto il possibile per comprometterla.
Conclusioni
Come sottolineano Desrochers e Szurmak, il consenso più duraturo oggi, da Malthus in poi, si è sviluppato attorno alla popolazione e al cambiamento climatico. È l'unico argomento a cui i due scienziati hanno applicato la loro ricerca, ma mostra che la psicologia del dibattito non è solo un fenomeno moderno. È utile anche per spiegare altre questioni controverse che riguardano l'uomo. Una di queste è la questione marxiana: lo Stato ha la supremazia sui suoi cittadini? È il socialismo contro il libero mercato, il tutore contro il commercio. Perché condanniamo il nazionalsocialismo e non il suo stretto parente perseguito dall'estrema sinistra? L'uno è un tema teorico di fondo, radicato e sostenuto dall'élite degli "unti", l'altro no.
Al centro non c'è un immaginario yin e yang tra governo e cittadini, ma il conflitto tra gli ideali dello Stato tutore e i costumi commerciali dei governati. E se pensi di poter argomentare contro il tutore, ripensaci: sarai ignorato. In alcune giurisdizioni finisci perfino in prigione.
L'esistenza e l'estensione dell'intervento statale si spiegano ora da un punto di vista psicologico. Ne deriva molto altro. Nazionalismo, economia, valute e tutto ciò su cui i mercati liberi hanno perso il controllo sono stati assorbiti in una sindrome del tutore, sottratti al libero arbitrio di chi paga le tasse.
È tipico dei tutori pessimisti non riconoscere il ruolo e l'importanza del progresso perseguito dalla sindrome commerciale. Gli econometristi e gli economisti pagati dal governo lo hanno persino cancellato dai loro manuali. Possiamo spingerci oltre: lo Stato tutore non ama il progresso perché significa che le persone sfuggono al suo controllo normativo verso nuove attività non previste. Quando le attività d'impresa e i loro profitti si spostano fuori portata, bisogna ideare nuove regole e nuove tasse.
Nessun dibattito civile risolverà queste questioni, e questo è un pensiero deprimente. Finché lo Stato resta fedele alla sua agenda, il progresso è frenato e trasformato in un ridimensionamento ciclico attraverso un ciclo del credito indotto dal governo. E anche allora, quando il ridimensionamento fallisce sia per il commercio sia per il tutore, la reazione del tutore è stringere ancora di più la vite anti-progresso. Al contrario, come i capi delle caverne di un tempo, lo Stato cercherà di stringerci più forte a sé, per non morire prima di noi.
Alla fine l'establishment resta così indietro rispetto alla realtà che capitola. Al Vaticano ci sono voluti 359 anni, ai sovietici 72, ai cinesi 27. L'adesione della Gran Bretagna all'UE e ai suoi predecessori sarà durata 46 anni a marzo del prossimo anno, quando ci è stato detto che Brexit sarà Brexit.
La capitolazione spesso diventa un precipizio. Nel caso dell'UE, sopravviverà, insieme alla sua valuta, alla prossima crisi globale del credito? La crisi del credito è un evento ricorrente, guidato dalla politica monetaria delle banche centrali, sempre più instabile e impermeabile a ogni ripensamento. La logica suggerisce che potrebbe segnare la fine del pensiero di gruppo dell'establishment britannico, se la Gran Bretagna prenderà le distanze da un euro in crollo. In alternativa, come i nostri antenati delle caverne che si stringevano uniti di fronte al pericolo, forse l'establishment britannico abbraccerà l'UE ancora più forte nel momento del bisogno.
Comunque vada, per i sostenitori della Brexit che vogliono rovesciare la visione dell'establishment servirà più di un'argomentazione ragionata. Dovranno prendere il controllo dell'agenda e svilupparla per i propri obiettivi, una lezione che avrebbero dovuto imparare da studenti ribelli all'università.
Tieni presente tutto questo mentre l'intero dibattito attraversa questa settimana un altro punto critico.
[i] Vedi Population Bombed! di Pierre Desrochers e Joanna Szurmak, pubblicato dalla Global Warming Policy Foundation nel 2018
[ii] Acronimo inglese di "quasi-autonomous national government organisations" (organizzazioni governative nazionali quasi autonome).
[iii] Menken (1918): In Defence of Women
[iv] Ceci e Williams (2018): Perspectives on Psychological Science: Who decides what is acceptable speech on Campus?
[vi] Kruger e Dunning (1999): Unskilled and unaware of it: how difficulties in recognizing one’s own incompetence lead to inflated self-assessments. Journal of Personality and Personal Psychology 77(6) pp 1121-1136.
[i] Philip Ball: The trouble with scientists: http://nautil.us/issue/24/error/the-trouble-with-scientists
[vii] JPA Ioannidis (2005): Why most published research findings are false: PLoS Med 2(8):e214 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1182327/pdf/pmed.0020124.pdf
[viii] Jane Jacobs (1992): Systems of Survival.
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