La legge di Say e la distruzione del risparmio

Questo articolo spiega l'errore fondamentale alla base della Teoria generale di Keynes, il vademecum di tutti gli economisti macroeconomici e matematici di oggi. Non è un'esagerazione affermare che il suo rifiuto sommario delle teorie economiche di Jean-Baptiste Say, nella sua interpretazione superficiale secondo cui la domanda crea la propria offerta, è alla radice dell'attuale crisi economica e monetaria globale.

Non potrebbe mai esistere un semplice aforisma capace di riassumere gli scritti di Say, il cui Trattato ebbe sei edizioni durante la sua vita, ampliate continuamente man mano che la sua analisi, attentamente ragionata, si evolveva.

Non c'è dubbio che la negazione da parte di Keynes delle teorie semplici e inconfutabili di Jean-Baptiste Say sia direttamente responsabile delle attuali condizioni economiche e monetarie. Dopo aver negato il ruolo del risparmio e dei libero mercato, i neo-keynesiani hanno sostituito il risparmio come fonte di capitale produttivo con un puro inflazionismo, e i mercati liberi con l'intrusione dello Stato, con il risultato di monopoli statali e regolamentazioni ostruttive.

Esaminiamo gli aspetti delle conclusioni di Say rilevanti per la nostra situazione attuale, individuando i gravi errori derivanti dal loro rifiuto da parte dell'establishment economico, per comprendere meglio la nostra condizione attuale e le nostre prospettive economiche e monetarie.

Introduzione

L’establishment neo-keynesiano, che ha in mano la politica monetaria, ha un problema. Deve finanziare un disavanzo pubblico in forte crescita, che è la sua priorità assoluta. In sostanza, oltre alle tasse esistono due fonti per questo finanziamento: l’impiego del risparmio e la stampa di moneta. Non è mai del tutto chiaro da dove provenga questo denaro: se viene dal risparmio, i risparmiatori sottraggono risorse di capitale agli operatori del settore privato per darle al governo, e questa è una cattiva notizia per l’economia produttiva, che ha bisogno di risorse di capitale. In caso contrario, viene dall’espansione del credito da parte delle banche e del sistema bancario ombra.

Quest’ultima è espansione monetaria, altrimenti nota come inflazione monetaria e imposta occulta che trasferisce la ricchezza nazionale al governo. La fonte di questo finanziamento non è il quantitative easing, se non forse indirettamente. Il QE è rivolto a fondi pensione, fondi assicurativi e altri operatori privati del settore degli investimenti, comprese le banche e le loro attività fuori bilancio, con l’intento dichiarato di stimolare l’assunzione di rischio finanziario da parte di queste istituzioni, che reinvestono i proventi in debito societario e azioni. Il QE serve a creare un effetto ricchezza artificiale, non a finanziare il governo.

Classificare le azioni monetarie in queste funzioni separate ignora le sovrapposizioni tra l’una e l’altra. Per esempio, un fondo pensione che investe liquidità del QE in un’obbligazione societaria già negoziata sul mercato secondario la acquista da un venditore. E il venditore, per ridurre il proprio rischio d’investimento, potrebbe usare i proventi per sottoscrivere nuovi titoli del Tesoro USA.

Fin qui, nulla di strano. E persino i neo-keynesiani che seguono i flussi di denaro lo capiscono di certo. Ma non hanno aggiornato i loro manuali per tenere conto delle conseguenze nascoste delle loro politiche monetarie dopo le lezioni degli anni Settanta, se non da prima. Da allora, però, con i tassi d’interesse costantemente ridotti, c’è stato un cambiamento importante: il rapporto tra risparmio genuino e inflazione monetaria nel finanziamento del governo ha di fatto eliminato la crescita del risparmio degli americani comuni in depositi bancari e obbligazioni a reddito fisso. Lo spostamento del risparmio è invece avvenuto dai depositi bancari fruttiferi e dalle obbligazioni a reddito fisso verso le azioni, lasciando solo la gestione organizzata degli investimenti a raccogliere risparmio e a investirne una parte in titoli a reddito fisso come il debito pubblico. E ora il QE mensile da 120 miliardi di dollari gonfia anche l’allocazione azionaria.

A tutti gli effetti, possiamo ormai ritenere che il disavanzo del governo USA sia finanziato dall’inflazione monetaria. La Fed si ritrova a destreggiarsi tra una bolla e una anti-bolla. La bolla, finora, è stata gonfiata: l’aumento dei prezzi delle attività finanziarie non a reddito fisso e la diffusione di un clima di benessere tra le classi che investono. L’anti-bolla è il collasso dell’economia reale, gravata dall’inflazione monetaria, tra gli altri fattori correlati. Vediamo le azioni salire e siamo portati a credere che, non appena finiranno i temuti lockdown, torneranno i bei tempi. Non sarà così. Osserva il caos nelle catene di approvvigionamento globali, aggravato questa settimana dal blocco del Canale di Suez. Osserva i fallimenti di compagnie aeree, alberghi e turismo. Osserva il collasso in corso dell’UE, che ora sembra improbabile possa uscire a breve dai lockdown della pandemia. Osserva le insolvenze e i crediti deteriorati in aumento, che le banche fortemente indebitate cercano disperatamente di eludere. Osserva le società zombie, principali beneficiarie private del calo dei tassi d’interesse. Osserva lo scivolamento di una sana attività di libero mercato nel capitalismo clientelare. Osserva, se puoi, che la stampa di moneta peggiora le cose svilendo la valuta ed è stata la causa all’origine di tutti questi problemi.

Le conseguenze cumulative del socialismo, della svalutazione monetaria e del fallimento intellettuale dei governi ovunque sono evidenti a chiunque abbia un minimo di buon senso per osservarle. E dopo averle osservate, resta una sola conclusione: il mondo non uscirà dalla pandemia verso un esito gestito dallo Stato di latte e miele per tutti. Al centro del disastro ci sono l’assenza di risparmio e la mancanza di disciplina nei capitalisti nel restituirlo. Il paradosso della parsimonia di Keynes, il suo desiderio dell’eutanasia del risparmiatore, è stato finalmente realizzato, così come il sostituto che Keynes proponeva: la fornitura di capitale monetario da parte dello Stato, non finanziata con tasse dichiarate, ma con una subdola stampa di moneta.

La macroeconomia inventata da Keynes nega il ruolo del risparmio come componente fondamentale dei mercati liberi. L’inflazione monetaria nasconde le conseguenze di questo errore finché non ci piombano addosso all’improvviso. Quali sono? Si possono riassumere in un eventuale collasso sia della bolla delle attività finanziarie sia del potere d’acquisto di una moneta la cui unica virtù è la fiducia nello Stato e nelle sue finanze.

La legge di Say

La radice dell’equivoco di Keynes era il desiderio di creare una giustificazione per l’intervento dello Stato nell’economia. Per farlo doveva respingere il capitalismo di libero mercato e, con esso, il principio cardine dell’economia classica: la legge di Say. Questo problema occupò la sua mente negli anni Trenta e non riuscì a liquidarlo in modo convincente. Ma doveva farlo, perché la sua Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, pubblicata nel 1936, avesse un senso apparente. In quell’opera fondamentale i riferimenti alla legge di Say sono due, entrambi nella parte iniziale della Teoria generale, così da poter sviluppare la sua tesi nel resto del libro.

Quello di Keynes è un esempio di argomentazioni basate sugli sforzi dei suoi contemporanei di sottrarsi ai rigori della legge di Say, nel tentativo di far progredire l’economia oltre le sue origini classiche. Egli attacca la teoria che descrive come

…la legge di Say, secondo cui il prezzo della domanda aggregata della produzione nel suo insieme è uguale al suo prezzo dell’offerta aggregata per tutti i volumi di produzione…[i]

fraintendendo il concetto. Si noti che nella sbrigativa liquidazione di Keynes manca l’elemento centrale della divisione del lavoro, che è il cuore della questione: cioè il ruolo della moneta e soprattutto dei prezzi.

Jean-Baptiste Say non condensò mai in un breve aforisma ciò che in seguito fu attribuito al suo nome. Scrisse invece un libro, il Traité d'Économie Politique, pubblicato per la prima volta nel 1803, che alla sesta edizione era quasi raddoppiato in lunghezza. La sua abilità fu descrivere, in termini accessibili al pubblico dei lettori, i principi del libero mercato e della moneta sana, e perché producessero progresso economico. Lo spiegò nel contesto degli individui e della loro interazione, disprezzando la manipolazione delle persone a fini di ingegneria sociale.[ii] Come la Scuola austriaca emersa più tardi con Carl Menger a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, demolì in modo convincente la teoria del valore-lavoro basata sul costo e l’economia matematica. Murray Rothbard la mise così:

In un’anticipazione sorprendente e perspicace delle controversie moderne, Say passa a spiegare perché le deduzioni logiche della teoria economica dovrebbero essere verbali anziché matematiche. I valori intangibili degli individui, di cui si occupa l’economia politica, sono soggetti a un cambiamento continuo e imprevedibile: “soggetti all’influenza delle facoltà, dei bisogni e dei desideri dell’umanità, non sono suscettibili di alcuna valutazione rigorosa e non possono quindi fornire dati per calcoli assoluti”. I fenomeni del mondo morale, osservava Say, non sono soggetti a un rigoroso calcolo aritmetico.[iii]

Un altro elemento importante ignorato da Keynes era il tempo. Un’impresa deve effettuare pagamenti prima delle proprie vendite. Deve acquistare i materiali e mettere insieme gli altri fattori di produzione. Deve pagare i fornitori, compreso l’acquisto di beni per i livelli più alti della produzione; tutto questo prima di vendere una sola unità di prodotto. Equiparare, come Keynes sembrava fare, le vendite di oggi al consumo di oggi è sbagliato, perché un’impresa deve pagare i propri dipendenti prima che la loro produzione si realizzi, e per questo ha bisogno di capitale monetario.

Non possiamo conoscere l’intera portata delle letture di Keynes, e Rothbard scrisse il secondo volume della sua History of Economic Thought decenni dopo la Teoria generale di Keynes. Ma è chiaro che le osservazioni di Say erano come il giorno e la notte rispetto a quelle di Keynes, e smentivano tutto ciò che seguiva dalla sua negazione di quella che era diventata una pietra angolare dell’economia di libero mercato.

Il concetto di divisione del lavoro era solo una parte del Traité di Say. Nella legge di Say abbiamo ricavato un truismo: nel lungo periodo, e non nel breve periodo implicito di Keynes, deve esistere un equilibrio tra ciò che si produce e ciò che si consuma, perché lavoriamo con le nostre competenze specializzate per massimizzare la produzione così da ottenere i beni e i servizi di cui abbiamo bisogno e che desideriamo. Sostenere, come fece Keynes, che ciò equivalga a “che il prezzo della domanda aggregata della produzione nel suo insieme è uguale al suo prezzo dell’offerta aggregata per tutti i volumi di produzione” porta a una conclusione sbagliata, perché scivola sopra i fattori rilevanti. Centrale nell’argomento reale di Say era che le variazioni della domanda portassero a eccedenze di alcune merci e a carenze di altre, che, lasciate ai mercati, si correggerebbero da sole attraverso il meccanismo dei prezzi: ecco perché è un nonsenso ignorare il ruolo della moneta e dei prezzi. Un calo dei prezzi di alcune materie prime e merci creerebbe disoccupazione, è ovvio. Ma, lasciati a se stessi nei mercati liberi, la disoccupazione e le opportunità create altrove correggerebbero sempre questa situazione nel tempo. Fa parte integrante del modo in cui i mercati liberi evolvono per soddisfare i bisogni e i desideri dei consumatori.

L’intervento del governo è quindi indesiderabile e superfluo e può solo ostacolare la naturale tendenza del mercato ad adattarsi a una situazione in continuo mutamento, che è la condizione necessaria per il progresso. Negando la legge di Say, Keynes ci ha tratti in inganno sostenendo che un problema di aggiustamento di breve periodo equivalesse a un assoluto.

Inoltre, la divisione del lavoro richiede risorse di capitale, compreso il lavoro stesso, senza le quali non può esprimere il proprio potenziale.

Da matematico, Keynes aveva poca o nessuna comprensione della teoria deduttiva e aprioristica. Mostrò un pregiudizio nei confronti del reddito “non guadagnato” dei ricchi oziosi che vivono degli interessi sul proprio capitale. Ma il ruolo del risparmio era stato affrontato pienamente da Say. Egli spiegò perché il capitale, come fondo di risparmi, produce naturalmente interesse. Il capitale è uno strumento dell’impresa e del calcolo, e in questo la moneta è l’unica forma di capitale il cui costo è espresso in tali termini. Proprio come le merci hanno un prezzo e il lavoro un salario, l’uso nel tempo del capitale ha un costo, e quel costo, il tasso di interesse fissato liberamente, è parte integrante del funzionamento dei mercati.

Il risparmio come fonte di capitale serve agli imprenditori, che sono disposti a offrire di più per ottenerlo, avendo stimato nei loro calcoli aziendali quale tasso di interesse possono permettersi. Non è l’ipotesi usuraia che Keynes sembra aver assunto, cioè che capitalisti avidi e restii al lavoro trattengano la spesa, limitando così il potenziale produttivo. Inoltre, la macroeconomia matematica di Keynes ci ha condotti in un vicolo cieco di cui ora abbiamo raggiunto il fondo. Il suo paradosso del risparmio ne è un caso: se riduci il consumo corrente risparmiando, hai meno consumo; quindi elimina il risparmio per aumentare la domanda dei consumatori. In poche parole, questo era il livello del suo ragionamento. Lo stesso valeva per i tassi di interesse. Ma i tassi a zero, e in alcuni luoghi persino negativi, hanno distrutto l’utilità del risparmio come fonte di finanziamento per le imprese. La convinzione che l’abbassamento dei tassi di interesse stimoli produzione e consumo si è rivelata inadeguata.

Abbiamo invece quantità illimitate di moneta fiat, che nel tempo ha eroso il potere d’acquisto della valuta. Allora perché, con i tassi a zero banditi dalle banche centrali, non vediamo realizzarsi la visione di Keynes?

L'errore fondamentale alla base del finanziamento inflazionistico

In un'economia di libero mercato in cui una moneta sana svolge la funzione di elemento intermediario nella divisione del lavoro, una parte del consumo deve essere messa da parte per fornire una delle forme di capitale accumulato che consentono alle imprese di anticipare la domanda dei consumatori. È parte integrante del modo in cui i mercati allocano le risorse economiche. Il punto è che la fonte del progresso della condizione umana è il differimento di una parte del consumo. Lo confermano i fatti: un'economia trainata dal risparmio, come quelle di Germania e Giappone nei decenni del dopoguerra e della Cina oggi, crea ricchezza per i propri cittadini, mentre le nazioni che scoraggiano e distruggono il risparmio ottengono risultati inferiori. E se non fosse stato per la capacità dei loro popoli di aggirare le politiche spendaccione dei rispettivi governi, che scoraggiavano il risparmio, queste economie avrebbero conosciuto lo stesso livello di progresso di quel faro idealistico per i socialisti tesserati di una generazione precedente, l'URSS.

Ogni ragionamento e ogni evidenza ci dicono che il risparmio è un elemento vitale del progresso economico e non può essere sostituito senza conseguenze indesiderate. Il rifiuto di questa verità da parte di Keynes è interamente responsabile del declino del tenore di vita delle nazioni spendaccione rispetto a quelle che risparmiano. Oggi ha portato l'America a perdere il proprio potere nei confronti di nazioni rivali trainate dal risparmio. In soli tre decenni, la Cina si è sviluppata grazie a un livello straordinario di risparmio, fino a sfidare l'America spendacciona, sia per dimensioni complessive dell'economia sia per avanzamento tecnologico. La risposta dell'America è favorire la propria distruzione economica con una combinazione di una guerra finanziaria impossibile da vincere per assicurarsi altro finanziamento tramite debito internazionale, una guerra commerciale per far pagare ai propri consumatori prezzi più alti per le importazioni dalla Cina e da altri paesi, e l'accelerazione dell'inflazione monetaria per finanziare il proprio protezionismo economico.

Attraverso il quantitative easing, una parte di tale inflazione monetaria è destinata, direttamente e indirettamente, al finanziamento della produzione, sostituendo il risparmio che fugge sempre più verso qualunque attività speculativa che eviti di detenere depositi bancari e obbligazioni che rendono poco o nulla. Non c'è nemmeno il minimo riguardo per la preferenza temporale, che è l'aspettativa naturale di qualsiasi prestatore. E il concetto derivato da Keynes, secondo cui lo Stato dovrebbe consentire un disavanzo di bilancio per stimolare la «crescita» economica, un termine privo di reale significato, è diventato una caratteristica crescente e permanente del rapporto tra governo e industria.

Il neokeynesismo nato dalla negazione delle ovvie verità di Say, nelle prime pagine de La teoria generale di Keynes, si è rivelato poco più di un artificio per inventare un ruolo per l'intervento del governo. Segnata dalle chiusure dovute alla pandemia a partire dall'inizio del 2020, l'inflazione monetaria negli Stati Uniti è decollata, con un aumento dell'offerta di moneta M2 del 27% negli ultimi dodici mesi. Si tratta di ulteriori 4.162 miliardi di dollari di moneta in depositi, che portano l'offerta di moneta totale a quasi eguagliare il valore netto delle transazioni nazionali annue, cioè il PIL. In un'economia trainata dal risparmio, ovvero un'economia in cui sono i singoli operatori a decidere a chi prestare, ogni debitore e potenziale debitore ha accesso al capitale monetario, purché riesca a soddisfare il prestatore o il suo intermediario riguardo al proprio scopo e alla propria solvibilità. Invece, la trasformazione del risparmio in capitale monetario è stata interrotta, e la moneta in deposito presso le banche è poco più di un parcheggio per l'inflazione monetaria.

L'incapacità dello Stato di dirigere le risorse monetarie

Jean-Baptiste Say descrisse il ruolo del risparmio e il modo in cui gli individui, o i loro agenti, decidendo come impiegarlo fornivano il capitale per finanziare la produzione. Il capitale era sempre una merce scarsa, che richiedeva un compenso in interessi sia per la preferenza temporale sia per il rischio del prestito. E le imprese che prevedevano di ottenere profitti dalle proprie iniziative erano in genere pronte a correggere i propri errori per limitare le perdite sul capitale investito.

L'avvento di un albero magico del denaro elimina questa disciplina, e le imprese hanno imparato che il denaro non è più scarso. Attraverso l'inflazione, un'impresa che si indebita a tassi d'interesse compressi sa di beneficiare in più di un trasferimento di ricchezza a proprio favore da parte del prestatore, che si rifletterà a tempo debito in prezzi più alti per i suoi prodotti. È creando questo effetto che le banche centrali credono di poter stimolare la produzione. Ma è una frode ai danni dei risparmiatori, i quali, com'è naturale, decidono di acquistare quote di capitale di imprese che beneficiano del finanziamento inflazionistico, anziché detenere depositi bancari e debito a interesse fisso.

Oggi, in economie come quella degli Stati Uniti, del Regno Unito e di gran parte dell'UE, il risparmio tradizionale remunerato con interessi ha un ruolo marginale nel fornire capitale alle imprese produttive. Il capitale proviene invece sempre più dall'inflazione monetaria (come il trasferimento indiretto del QE destinato ai fondi pensione) e dall'inflazione del credito bancario. Mentre le banche compiono valutazioni commerciali nel concedere prestiti, le banche centrali e altre agenzie governative non sono in grado di farlo.

Non solo non ne hanno gli strumenti, ma sono guidate da considerazioni politiche che attribuiscono poco o nessun peso al calcolo imprenditoriale. Commettono l'errore di considerare il PIL l'unico indicatore del proprio successo. Ma il PIL è soltanto un totale di transazioni in un dato periodo di tempo e aumenta solo svilendo l'unità di conto. Non riflette in alcun modo i benefici economici di quelle transazioni. Il PIL include la spesa pubblica, una spesa che nel complesso sottrae valore economico, intendendo con ciò i benefici per i consumatori, perché toglie loro ricchezza e impone invece monopoli statali.

I governi spendaccioni hanno assunto su di sé il finanziamento di praticamente tutte le passività economiche che non sono finanziate dal credito bancario. È diventata una circolarità priva di significato se non per i costi nascosti: tasse e inflazione sottraggono alla produzione e al consumo somme maggiori per fornire capitale e stimoli in misura minore. E lo strumento di tutto ciò, lo Stato, non ha inoltre alcuna idea di come impiegare al meglio la quantità ridotta di risorse.

Di conseguenza, la direzione del denaro inflazionato è inevitabilmente orientata a sostenere gli interessi del governo e della politica, a scapito di un'economia di libero mercato dedicata a servire il consumatore. Le imprese zombie, che impiegano in modo inefficiente un gran numero di lavoratori, sono in prima fila per i sussidi, perché ai politici interessa più preservare i posti di lavoro che il progresso commerciale. I banchieri comprano influenza politica con le donazioni per proteggere i privilegi garantiti loro dalle licenze bancarie. E il presunto stimolo in genere non raggiunge la maggior parte delle imprese, le piccole e medie imprese senza voce, che costituiscono l'80% secondo Pareto di qualsiasi economia avanzata.

Il governo statunitense sta ora inviando denaro fiat direttamente ai consumatori, con una frequenza che rischia di diventare regolare, e ha aumentato i sussidi settimanali di assistenza. Nel breve periodo questa magica munificenza ha aumentato le disponibilità liquide di alcuni individui, che nel complesso spenderanno il denaro non appena potranno. Gli economisti matematici già prevedono una ripresa del PIL. Ma la conseguenza sarà un forte rialzo dei prezzi o, più correttamente, una diminuzione del potere d’acquisto del dollaro. Questo non può essere nascosto in modo convincente con i metodi di soppressione delle evidenze propri dell'indice CPI.

L'errore è tenere in scarsa considerazione lo squilibrio tra consumo futuro e produzione attuale: ci sarà troppo denaro a caccia di troppo pochi beni. Abbiamo già visto beni di importo elevato, come gli immobili, salire di prezzo sulla scia dell'accumulo di denaro in deposito e di mutui a basso costo. Quando la pandemia si attenuerà e tornerà una qualche forma di attività normale, vedremo quasi certamente salire in modo significativo i prezzi di beni quotidiani essenziali, come cibo ed energia.

Le dinamiche alla base di questa aspettativa non sono difficili da individuare. I prezzi delle materie prime sono aumentati sensibilmente dopo la riduzione del tasso dei fondi federali della Fed al limite dello zero il 20 marzo 2020 e la dichiarazione della Fed del "whatever it takes" il lunedì successivo. È una forma di capitale di input il cui costo è aumentato sensibilmente. Possiamo aspettarci che aumentino anche i costi del lavoro, man mano che le imprese riprendono ad assumere, dato che i sussidi di disoccupazione sono cresciuti per compensare i lockdown dovuti al covid e scoraggiano il ritorno al lavoro in cambio di un reddito di base. Resta la terza forma di capitale di input: il denaro per far funzionare tutto. Ma le banche statunitensi hanno poco margine regolamentare per espandere i propri bilanci e sostenere il boom atteso, e il costo degli interessi può prevedibilmente aumentare, se non altro per riflettere la domanda di capitale circolante.

Pertanto, la capacità dei fornitori di beni di espandere la produzione per soddisfare la domanda attesa è fortemente limitata. E, come osservato sopra, è altrettanto limitata la capacità di qualsiasi governo di fornire finanziamenti alla maggior parte dell'economia produttiva, al di là di una cerchia di zombie del capitalismo clientelare. Solo per queste ragioni, l'effetto marginale sui prezzi promette di essere drammatico. Ma non è tutto.

Le catene di approvvigionamento globali non si sono riprese dal caos distributivo di un anno fa. Non si tratta più soltanto di riprendere i pagamenti: i container sono nei posti sbagliati, causando ritardi e congestione, e le tariffe dei container sono aumentate drasticamente. La produzione lorda statunitense prima della pandemia ammontava a circa 38 trilioni di dollari, una cifra che approssima le catene di approvvigionamento interne. Una parte significativa di queste è alimentata da catene di approvvigionamento estere, provenienti da Cina, Giappone, UE e altrove. Sarà impossibile espandere la produzione senza un ritorno alla normalità della logistica, che secondo gli esperti del settore difficilmente avverrà prima della fine dell'anno.

La mancata comprensione, da parte degli economisti e dei previsori statalisti, del fatto che gli squilibri tra produzione e consumo sono la conseguenza inevitabile dell'espansione monetaria si evidenzia anche nella loro convinzione che un aumento del livello generale dei prezzi sia impossibile in un'economia in contrazione. Ciò è rilevante per le condizioni attuali, perché prima dei lockdown dovuti al covid c'erano segnali che il ciclo del credito bancario stesse volgendo al ribasso, unendosi agli effetti negativi della guerra dei dazi commerciali tra gli Stati Uniti e la Cina. Un sosia del calo dell'indice S&P 500 da inizio febbraio dello scorso anno al 16 marzo ha copiato fedelmente la prima fase del crollo di Wall Street del 1929-32, anche se da allora l'indice si è ripreso grazie agli effetti del QE accelerato, che ha alimentato il mercato azionario con livelli senza precedenti di inflazione monetaria.

Ci sono ottime ragioni per credere che, mentre i prezzi delle azioni sono stati salvati e alimentati dall'inflazione monetaria, le imprese che rappresentano non verranno salvate, e anche le banche eccessivamente indebitate falliranno. In tal caso, i neo-keynesiani ritengono che il calo della domanda dei consumatori, al quale attribuiscono le flessioni dell'attività economica, porti a prezzi più bassi. Ma ciò nega l'evidenza empirica di tutte le inflazioni: quanto peggiore è l'inflazione, tanto peggiore è il trasferimento di ricchezza fuori dall'economia e più rapido il crollo della valuta. Evidentemente, in un episodio inflazionistico i prezzi salgono a prescindere dal fatto che l'economia "cresca" o meno. E, come sottolinea questo articolo, la crescita ufficiale è la somma delle transazioni monetarie e l'unico modo in cui il PIL può crescere è svilendo la valuta.

I tassi di interesse devono salire

Un altro errore keynesiano è l’idea che, in una fase di recessione, la domanda di capitale monetario diminuisca, portando a tassi di interesse più bassi. Si cerca di anticipare questo effetto con stimoli monetari.

Oltre a riflettere il rischio di credito, il costo del capitale monetario preso a prestito è determinato principalmente dalla preferenza temporale. In questo contesto, per comodità possiamo far coincidere la differenza tra possesso e non possesso di moneta con la variazione del suo potere d’acquisto futuro atteso. La preferenza temporale fu spiegata da Turgot, contemporaneo di poco più anziano di Say, e in seguito da Eugen Böhm-Bawerk della scuola austriaca. Lo stesso Say si avvicinò a questo concetto nella sua comprensione del capitale in senso lato, inteso come tempo accumulato.

Incorporando il potere d’acquisto futuro atteso in una preferenza temporale complessiva, possiamo vedere come l’evoluzione delle aspettative determini i tassi di interesse. L’argomento è di particolare interesse per i detentori marginali di una valuta fiat, in particolare gli stranieri, che non la usano per le transazioni quotidiane ma solo per una parte della loro operatività. Così, uno straniero che ha bisogno di saldi in dollari per finanziare acquisti sui mercati internazionali valuterà il potere d’acquisto futuro dei dollari detenuti in eccesso rispetto alle sue necessità e li venderà se gli interessi percepiti non bastano a soddisfare la sua preferenza temporale.

Tutto indica che i tassi di interesse pagati sui depositi saliranno per compensare i detentori della prospettiva di un deterioramento del potere d’acquisto; di conseguenza, qualsiasi tentativo della Fed di comprimere i tassi di interesse e i rendimenti obbligazionari porterà alla vendita del dollaro sui mercati dei cambi. Quando i detentori stranieri di dollari scatenano una corsa contro la valuta, un aumento dei tassi di interesse diventa inevitabile.

Finora, con circa 27mila miliardi di dollari tra depositi, buoni del Tesoro e attività finanziarie, la corsa al dollaro non è ancora iniziata. Il dollaro ha perso terreno rispetto ad altre valute nell’ultimo anno, ma questo significa misurare maiali con maiali. Il vero deterioramento del suo potere d’acquisto è evidente nei prezzi delle materie prime e di altre attività, tutti in rialzo dalla seconda metà di marzo 2020, quando la Fed ha eliminato ogni dubbio sui suoi piani di inflazione monetaria.

Mentre l’effetto sui prezzi delle materie prime e delle attività finanziarie è stato notevole, solo di recente i rendimenti dei titoli di Stato hanno iniziato a salire. È improbabile che il motivo sia chiaro agli economisti dell’establishment, i quali, nonostante la loro spavalderia, hanno poca o nessuna comprensione delle conseguenze dell’inflazione e delle questioni che la riguardano. L’aumento dei prezzi è il risultato di un calo del potere d’acquisto del mezzo di scambio, ma raramente lo si formula in questi termini, tanto meno lo si attribuisce seriamente all’inflazione monetaria. Non si sente mai parlare delle distorsioni del mercato, del trasferimento di ricchezza dai risparmiatori ai debitori, o dal settore privato produttivo al governo, la forma di tassazione più insidiosa. Al contrario, l’inflazionismo viene elogiato per le sue virtù keynesiane.

La distruzione del risparmio e un impegno totale a finanziarsi con mezzi inflazionistici portano solo alla distruzione della valuta. Lo abbiamo visto ridurre il potere d’acquisto di tutte le valute fiat. La teoria della preferenza temporale e la consapevolezza che il loro potere d’acquisto si sta erodendo ci dicono che le valute in eccesso saranno scaricate da tutti, a meno che gli interessi pagati non li compensino a sufficienza. All’inizio sono gli stranieri a rendersi conto del trasferimento della loro ricchezza ai debitori e ai loro governi. Accade che la valuta più esposta tra quelle detenute da stranieri che tengono la contabilità in una diversa valuta di base sia il dollaro. Prima che i residenti americani capiscano che anche loro dovrebbero ridurre al minimo la propria esposizione al dollaro, il potere d’acquisto del dollaro sarà diminuito in modo significativo, misurato rispetto a qualsiasi cosa. A quel punto i mercati avranno il pieno controllo degli eventi, screditando le banche centrali e i loro governi. I tassi di interesse schizzeranno verso l’alto.

Le bolle scoppieranno, in primo luogo quella dei mercati azionari, spinti inizialmente dai risparmiatori che scambiano debito con azioni e poi ulteriormente gonfiati dal QE. La rivalutazione dei titoli di Stato, ingenuamente considerati da banche, investitori e regolatori il rifugio sicuro per eccellenza, minaccerà l’esistenza delle banche con leva eccessiva. E poiché l’intero sistema finanziario è stato gonfiato da un’espansione illimitata della moneta, il rischio è allora quello di un collasso combinato delle attività finanziarie e della valuta.

Se solo Keynes avesse capito cosa intendeva Say, avesse abbandonato la sua Teoria generale e avesse invece promosso una moneta solida, un intervento statale minimo e mercati liberi, non saremmo in questa situazione. Ma chi è statalista lo resta per sempre, e non possiamo riportare indietro le lancette dell’orologio. Al contrario, raccoglieremo senza dubbio la tempesta della distruzione del risparmio causata dal finanziamento inflazionistico e a suo favore.




[i] Teoria generale, capitolo 3, 1.
[ii] Si veda Murray Rothbard, An Austrian Perspective on the History of Economic Thought: Vol 2, pagine 4-5
[iii] Ibid. Pagine 15-16.
 


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