L'eurozona continua a tenerci con il fiato sospeso dopo le elezioni francesi e in attesa della seconda elezione greca in altrettanti mesi, mentre il deterioramento finanziario di fondo sta accelerando.
I fondi vengono ritirati dalle banche dei paesi in difficoltà, riducendone rapidamente il capitale. Allo stesso tempo le garanzie detenute a fronte dei prestiti sono spesso sopravvalutate, quindi svalutazioni che avrebbero dovuto essere effettuate non lo sono state. Il risultato prevedibile è una corsa agli sportelli in crescita, sia verso singole banche sia verso interi sistemi bancari nazionali.
Va notato che i depositanti fuggono dalle banche per due ragioni: il timore che la banca stessa sia insolvente e il timore che il governo competente possa imporre restrizioni ai movimenti di denaro. Il timore dell'insolvenza bancaria sta spingendo i fondi fuori dalle banche spagnole, mentre il timore di restrizioni governative li sta spingendo fuori da quelle greche. Per affrontare questi problemi occorre riconoscerli come distinti e diversi.
Una potenziale crisi bancaria, come quella che affronta la Spagna, richiede due ulteriori considerazioni. La prima, fornire liquidità, è stata affrontata dalla Banca centrale europea con le sue operazioni di rifinanziamento a più lungo termine (LTRO); ma si tratta di una misura tampone che richiede di affrontare la seconda considerazione: la riorganizzazione e la ricapitalizzazione delle banche. E qui il costo per la Spagna è impossibile da sostenere in un momento in cui deve affrontare una combinazione di finanze pubbliche in deterioramento e costi di indebitamento in aumento.
Le difficoltà della Grecia sono ancora maggiori, dato che i depositanti cercano di scontare la possibilità che il Paese possa uscire del tutto dall'euro e introdurre controlli sui cambi per gestire una nuova dracma. Il consenso quasi unanime tra keynesiani e monetaristi è che una mossa del genere sia al tempo stesso inevitabile e auspicabile, ma l'opinione pubblica greca è sempre più favorevole a restare nell'euro. Chiamiamola la differenza tra teoria macroeconomica e realtà microeconomica sul campo. Il fatto è che le soluzioni neoclassiche che si affidano alla svalutazione come rimedio economico offrono, nella migliore delle ipotesi, un sollievo solo temporaneo, a un costo finale maggiore, e che uscire dall'euro non è un'opzione né legale né praticabile.
Questa è la realtà monetaria alla base della crisi dell'eurozona. La soluzione non è allentare la pressione sui governi affinché affrontino la loro spesa eccessiva: semmai, questa pressione va intensificata, come ben sostenuto in un articolo di Jesus Huerta de Soto per il Cobden Centre. E l'idea di mettere a disposizione più denaro per governi spendaccioni tramite emissioni obbligazionarie sostenute da più governi dovrebbe essere respinta con fermezza. Le banche, che dovrebbero poter fallire, vanno rimosse dal sistema in modo controllato, vale a dire che la BCE e le banche centrali nazionali devono mettere a punto una soluzione, forse una divisione tra banca buona e banca cattiva, per dare ai depositanti una fiducia sufficiente a mantenere i propri fondi nel sistema.
Purtroppo la marea politica corre con forza contro questo approccio in due fasi: la ribellione contro l'«austerità» da parte di tutti i politici europei si sta sviluppando, e le pressioni keynesiane e monetariste di tutti gli altri a favore della reflazione stanno aumentando. Le possibilità che la BCE isoli correttamente i fondi destinati alle banche e impedisca che vengano usati per sostenere i governi dell'eurozona diventano ogni giorno più remote.