Il disperato tentativo del governo britannico di correre verso i mercati liberi è fallito, gestito malissimo. L'establishment di Whitehall e Westminster è tornato e si è riallineato al consenso dei governi internazionali. I socialisti redistributori di ricchezza, gli interventisti e i Remainer contrari alla Brexit ora formulano la politica del governo. In Gran Bretagna i mercati liberi sono morti.
I cittadini degli altri paesi occidentali dovrebbero prendere nota di questi sviluppi. La sostituzione di Kwasi Kwarteng come Cancelliere dello Scacchiere con Jeremy Hunt, uomo dell'establishment e considerato una garanzia di affidabilità, assicurerà il perdurare dell'autorità dello Stato sui propri elettori. Il problema di fondo, ossia che l'elettorato non può più permettersi il proprio governo, si perde nel rumore di fondo.
Dobbiamo abbandonare ogni speranza di un'inversione delle politiche rapaci dei governi che privano continuamente gli elettori della loro libertà e della loro ricchezza personale. Con una crisi finanziaria ormai prossima, che oggi è ampiamente prevista, il governo britannico raddoppierà le sue politiche contrarie al mercato e alla moneta sana. Possiamo aspettarci più sussidi sui prezzi e più controlli sui prezzi, pagati, naturalmente, da ulteriore svalutazione della moneta.
Non riguarda solo il Regno Unito. Tutte le economie avanzate si stanno avvicinando al punto di arrivo delle politiche anti-mercato dei loro governi. Lo status quo globale ormai può essere messo in discussione solo dai mercati. L'aumento dei tassi di interesse, spinto dal crollo del potere d'acquisto delle principali valute fiat, porta con sé questa sfida e innesca una crisi finanziaria e valutaria globale.
Il destino dei mercati finanziari sta già diventando evidente, con il valore degli asset in un declino irreversibile. La contrazione dei mercati dei derivati OTC è solo agli inizi, un fattore di cui il pubblico in genere non è consapevole, ma che avrà conseguenze enormi. Anche il credito bancario al settore non finanziario è sotto tiro, e questo porterà con certezza a un crollo del PIL globale. E possiamo essere certi che i responsabili delle politiche economiche ovunque faranno il possibile per salvare il sistema in difficoltà con nuovi cicli di quantitative easing.
Benvenuti in uno scenario dominato dagli errori accumulati dell'establishment globale, che sono pronti a colpirci tutti nello stesso momento. E il ritorno ai mercati liberi? Non prima che sotto i ponti sia passata molta acqua, politica e intellettuale.
Un necrologio per i mercati liberi
Dopo una lunga malattia, venerdì scorso a Londra è stata annunciata la morte dei mercati liberi. La libertà di mercato era sempre più repressa fin dalla Prima guerra mondiale. Nel suo stato comatoso, l'ultimo barlume di vita si è spento con il licenziamento del Cancelliere dello Scacchiere britannico, Kwasi Kwarteng, e con il ritiro di politiche mal gestite, pensate per liberare l'economia britannica dal crescente controllo dello Stato. Anche il Primo Ministro potrebbe essere estromessa, forse persino prima che l'inchiostro di questo articolo si asciughi.
Non c'è dubbio sulla sorte di quest'ultimo tentativo di tornare ai mercati liberi. Il blob lo ha eliminato, un termine adatto per l'amorfo establishment di Westminster (i politici) e Whitehall (la pubblica amministrazione) che ha cercato di impedire la Brexit. Ciò che ha colpito in modo particolare è stato l'atteggiamento collettivo del gruppo parlamentare conservatore, che ora si rivela pienamente socialista nel sostenere la redistribuzione fiscale da chi ha e dalle sue imprese a chi non ha, e del tutto interventista nelle sue politiche anti-mercato. L'eredità di Margaret Thatcher è ormai lontana.
Che Liz Truss sopravviva o meno a questo colpo di mano ormai non incide sul corso del governo. Il blob preferirebbe liberarsi di lei per poter perseguire senza ostacoli la propria agenda: maggiore controllo dello Stato sulle persone, più stretta integrazione con i governi europei e perfino un'inversione della Brexit. In assenza di sviluppi inattesi, alla libertà individuale non resta che essere sepolta definitivamente.
Questo triste esito basta a trasformare i libertari frustrati in anarchici, che desiderano il collasso dell'intero sistema marcio, e prima è, meglio è. Fortunatamente, o sfortunatamente, la crescente progressione del controllo statalista e della repressione dei mercati liberi è quasi arrivata al termine. Una crisi finanziaria di proporzioni enormi è in agguato dietro le quinte e, secondo questo analista, ha buone probabilità di azzerare del tutto le entrate di tutti gli Stati rapaci facendo collassare le loro valute fiat. Infatti, con il loro autoritarismo, hanno generato ignoranza economica e catallattica, che li condurrà di sicuro alla distruzione.
Come scrisse Ludwig von Mises in un saggio intitolato A Critique of Interventionism nel 1930,
“Solo gli ingenui fautori dell'inflazione potevano credere che il governo potesse arricchire l'umanità attraverso la moneta fiat. Il governo non può creare nulla; i suoi ordini non possono nemmeno cancellare qualcosa dal mondo della realtà, ma possono cancellarlo dal mondo di ciò che è lecito. Il governo non può rendere l'uomo più ricco, ma può renderlo più povero.“
Oltre alla sua attenta considerazione della teoria economica valida, l'autorevolezza della tesi di Mises derivava dalla sua esperienza degli anni del dopoguerra, quando fu testimone diretto dell'economia e della politica dell'iperinflazione austriaca, seguita a breve distanza da quella tedesca. Nel secolo trascorso da allora abbiamo dimenticato la lezione. A quanto pare l'hanno dimenticata anche gli austriaci e i tedeschi, i cui antenati subirono la distruttiva perdita della loro ricchezza. Inoltre, è quasi certo che, quando il collasso della valuta diventerà realtà, ignoreremo le conseguenze successive, descritte con tanta efficacia da Hayek in La via della schiavitù. Quel libro raccontava gli sviluppi politici probabili che seguono l'impoverimento delle masse da parte di un governo attraverso l'inflazione.
Ma possiamo considerare una sola cosa alla volta. Nata dall'ignoranza statalista e dall'arroganza intellettuale, l'odierno disprezzo dei governi per i diritti e le libertà individuali dei loro popoli è responsabile della crisi economica e catallattica che abbiamo davanti. I nostri leader politici, nascondendo il loro attacco coordinato alla libertà di tutti, iniziano a rendersi conto che il loro mandato sta per finire in una crisi. Come quelle di un'auto che ha perso all'improvviso i freni mentre scende a tutta velocità lungo una discesa, le leve del potere non funzionano più.
Si parla sempre più spesso di organizzare un reset. Ci si aspetta che l'attuale sistema in bancarotta venga sostituito da un altro, che consenta alle classi politiche e burocratiche di conservare potere e controllo. Nel loro nuovo reset prevedono perfino di togliere alle banche commerciali il controllo totale del credito bancario, introducendo le valute digitali delle banche centrali (CBDC). Dicono che una CBDC servirà a controllare e orientare la nostra spesa per ottenere un maggiore effetto economico. Chi gode del favore delle autorità avrà più credito statale, mentre chi non ne gode, come i sospettati di evasione fiscale, ne sarà privato. C'è chi dice che ci metteranno un chip come ai cani e che saremo tracciati attraverso le nostre azioni. Se può sembrare esagerato, questi piani trovano eco nel World Economic Forum, uno dei cui seguaci ci ha detto che non possederemo nulla e saremo felici.
Dobbiamo respingere queste fantasie utopiche di politici interventisti e socializzanti che cercano di abbandonare la nave del loro attuale sistema in fallimento. Mancano della forza ideologica del marxismo, necessaria per persuadere gli intellettuali e le classi medie. Non supereranno mai il nazionalismo e non otterranno mai il sostegno delle loro popolazioni da tempo provate. Ispirano invece solo teorie del complotto.
L'attuale sistema politico mescola intenzioni socialiste e politiche interventiste. Ma come politiche sono nettamente diverse. Il socialismo cerca di raggiungere i propri fini prendendo il controllo dei fattori di produzione: è ciò che intendeva Marx. Ma i governi occidentali attualmente non intendono nazionalizzare ampi settori dell'industria. Vogliono invece regolamentarli, lasciando il possesso della proprietà in mani private. È l'interventismo che ha ucciso i mercati liberi.
La lunga strada verso il fallimento finale
Soprattutto dai lockdown per il covid, è diventato di moda per i politici dirci di “seguire la scienza”. Ma che cosa succede se la scienza è sbagliata? E se i politici hanno scelto una teoria che fa comodo a loro, invece di valutarne con cura la validità? È ciò che è accaduto nel campo dell'economia, a partire dalle politiche interventiste.
La storia di questi errori è lunga quanto l'esistenza delle classi dominanti. Nella sua forma moderna è iniziata in America negli anni Venti, quando la Fed ha cominciato a gestire il credito, culminando nel disastroso boom e crollo del 1927—1932. Mentre la Fed manipolava il credito, Herbert Hoover, in qualità di Segretario al Commercio, cercava di manipolare l'economia. Divenne il primo presidente davvero interventista, subentrando a un Calvin Coolidge fautore del laissez-faire. Nel 1928 Coolidge avrebbe detto di Hoover: “Quell'uomo mi ha dato consigli non richiesti negli ultimi sei anni, e tutti sbagliati.”
Le politiche interventiste di Hoover furono così dannose che fu estromesso nel 1932 dalla vittoria schiacciante di Franklin Roosevelt, il quale si limitò a rilanciare l'intervento economico di Hoover. La depressione si prolungò perché fu ostacolato il processo di distruzione creativa, ossia la ridistribuzione del capitale verso impieghi più produttivi. Ciò avvenne nonostante una svalutazione del dollaro del 40% nel 1934, che, contrastando il calo dei prezzi, era pensata come uno stimolo proto-keynesiano.
Se si guarda alla situazione economica da una prospettiva statalista, l'evidenza era che, nonostante l'azionamento di tutte le leve del potere, la depressione continuava. A quel punto, se non prima, i politici si rivolgono ai consulenti. Naturalmente, da politico si scelgono consulenti che condividono la propria premessa di fondo, quella dell'interventismo. E se si interviene, occorre poter misurare i risultati. Da qui nacque l'econometria negli anni della depressione del 1930, che cercava di misurare l'immisurabile. Serviva solo un'argomentazione economica credibile, e questa fu fornita da Keynes.
Figlio di un professore universitario di Cambridge, John Maynard Keynes era un autore molto noto di economia. Faceva parte del alla moda circolo di Bloomsbury e intraprese una brillante carriera al Tesoro britannico come uno dei principali consulenti economici. Ma la sua disciplina intellettuale era la matematica. Essendo un matematico e trovandosi al centro dell'establishment, era comprensibile che cercasse un nuovo modo, basato sulla matematica, per promuovere il ruolo dello Stato negli affari economici. Il compito che si prefisse fu di rovesciare la logica e il primato dei mercati liberi, sostituendo la teoria della divisione del lavoro incarnata nella legge di Say. Nacque così la macroeconomia, che in qualche modo si sarebbe elevata al di sopra dei meschini pregiudizi di risparmiatori e imprenditori. Era proprio questo il senso della sua Teoria generale, pubblicata nel 1936.
Come i fatti hanno ormai dimostrato, la nuova scienza macroeconomica di Keynes, di impronta matematica, era gravemente viziata. Autorizzati da Keynes, i governi azionano le nuove leve del potere economico per ottenere benefici a breve termine, con il risultato di crisi nel medio e nel lungo periodo. Poco importa: avendo i governi assunto il controllo dell'istruzione, la nuova economia keynesiana, matematica, è stata promossa a scapito di quella classica, che pochi economisti formati dallo Stato ritengono oggi attuale.
L'errore sta nel considerare l'economia una scienza naturale, soggetta alle leggi della matematica, e non una scienza umana, con radici nella psicologia. E ogni volta che i mercati smentiscono questo equivoco, la risposta statalista è imporre più restrizioni all'umanità. Nella politica monetaria, la prima fase è stata l'eliminazione graduale e poi definitiva del denaro del popolo, cioè, legalmente, l'oro, da qualsiasi ruolo nella moneta e nel credito controllati dallo Stato. Ciò ha consentito un allontanamento graduale, e poi sempre più rapido, dalle politiche monetarie sane, quando i bilanci pubblici erano finanziati interamente con le imposte, verso una quota crescente (e sempre più rapida) di finanze statali coperta con l'inflazione monetaria. E non si tratta solo della spesa interna: c'è anche il finanziamento di costose imprese militari all'estero. Ma combinando la riallocazione di entrate fiscali nominalmente raccolte per altre priorità e il finanziamento con mezzi inflazionistici, si possono perseguire politiche estere che altrimenti i contribuenti di una vera democrazia non permetterebbero.
Il «blob», l'establishment che controlla i governi, oggi fa valere la propria autorità attraverso il timore delle conseguenze di qualsiasi scostamento dal suo pensiero di gruppo. Il controllo di questo blob amorfo si estende alla cooperazione internazionale con organizzazioni stataliste analoghe. Le riunioni del G20 sono il massimo della sincronizzazione del pensiero di gruppo: gli incontri tra i leader, così come quelli collaterali tra ministri delle finanze e banchieri centrali, coordinano sulla scena mondiale un controllo statale concordato. Qualsiasi leader che non si attenga al copione viene condannato.
Questo è stato il destino di Liz Truss e dell'allora cancelliere dello Scacchiere, Kwasi Kwarteng. Il FMI ha denunciato subito la loro svolta verso i mercati liberi e la loro preferenza per le politiche hayekiane. Joe Biden è stato sprezzante, infrangendo il tabù di non commentare le politiche economiche di un altro Paese. L'arcivescovo di Canterbury ha detto la sua, con la posizione dell'establishment. E all'improvviso scopriamo che la maggioranza dei parlamentari conservatori, temendo di perdere il seggio, ha respinto in modo schiacciante questo tentativo di tornare ai mercati liberi.
Possiamo ribadire che la libertà non è collettiva, ma personale. Ogni libertà è libertà individuale, come disse una volta il presidente Coolidge. Ma oggi questa ovvietà è sepolta in profondità. La realtà politica è che ci siamo spinti troppo a fondo nella tana del bianconiglio dell'interventismo per tornare indietro senza affrontare gravi conseguenze economiche. I desideri di dominio dello Stato sui mercati liberi hanno generato convinzioni autoreferenziali, un errore sull'errore, e sforzi sempre più intensi per mantenere il controllo. Non riguarda solo la Gran Bretagna: ogni nazione occidentale è su un percorso comune che porta inesorabilmente verso una versione finanziaria della distruzione reciproca assicurata.
Il ritorno allo status quo ante
Il nuovo cancelliere dello Scacchiere, Jeremy Hunt, nominato in fretta, ha annullato quasi tutte le proposte di taglio fiscale di Kwarteng. La sua via d'uscita è stata rassicurare i mercati. E infatti i rendimenti dei gilt sono inizialmente scesi bruscamente e la sterlina si è ripresa. Almeno per il brevissimo termine, si è stimato che abbia fatto risparmiare al governo 20 miliardi di sterline di interessi, ipotizzando che il calo iniziale dello 0,4% del rendimento del gilt decennale regga.
Questo non è tanto una prova che i mercati abbiano ragione, quanto semplicemente la conferma che il mondo degli investimenti è dominato da operatori keynesiani che vedono il rischio in quel contesto. Ma non possono ignorare una nuova tendenza, fatta di tassi d'interesse in aumento e di ritiro del credito delle banche commerciali, che spinge gli attivi finanziari in un mercato ribassista irrisolvibile. Gli investitori obbligazionari temono ora fortemente qualsiasi cosa metta in discussione le loro rosee ipotesi: di qui la reazione di panico alla manovra di Kwarteng e il sollievo per la sua revoca da parte di Hunt.
Lasciando da parte questi umori di breve periodo, ciò che Hunt sta facendo è un ritorno allo status quo ante, cioè al continuo scivolamento verso una tassazione più alta e una spesa pubblica sempre maggiore in rapporto all'economia complessiva. Nelle sue promesse ai parlamentari abbiamo sentito più volte dichiarazioni simili da parte dei precedenti Cancellieri:
«Siamo un paese che finanzia le proprie promesse e salda i propri debiti e, quando questo viene messo in dubbio, come è accaduto, questo Governo prenderà le decisioni difficili necessarie a garantire fiducia e credibilità nelle nostre finanze nazionali. Ciò significa decisioni di una difficoltà da far venire le lacrime agli occhi.»
Sono chiacchiere prive di senso. Va notato che "finanziare le nostre promesse e saldare i nostri debiti" si ottiene svilendo la moneta. E l'uso di "difficile" come aggettivo è diventato un cliché ripetuto da tutti i ministri del governo, che ha svuotato la parola del suo significato.
La dichiarazione di Hunt è stata seguita da un comunicato del Tesoro secondo cui a ogni ministero verrà chiesto di trovare risparmi nelle proprie spese, e sanità e difesa non saranno esenti. Quando non l'abbiamo già sentito? Hunt ha anche annunciato l'istituzione di un nuovo consiglio consultivo economico composto da economisti indipendenti. Possiamo essere certi che, se un membro nominato non è keynesiano, per esempio se è un monetarista, sarà inevitabilmente in minoranza, e il suo dissenso risulterà irrilevante. Possiamo essere certi che al Tesoro, in linea con la Banca d'Inghilterra, prevarrà un comune pensiero di gruppo keynesiano.
Queste sono le azioni di un cosiddetto uomo dell'establishment competente, un Remainer che ha chiesto un secondo referendum per annullare la Brexit. Essendo una presunta garanzia di affidabilità, andrà inevitabilmente d'accordo con l'altro nominato considerato una garanzia di affidabilità, Andrew Bailey, Governatore della Banca d'Inghilterra. Tra loro, è probabile che garantiscano il prevalere incontrastato della visione dell'establishment e che qualsiasi spinta verso il libero mercato venga rigorosamente frenata.
Il contesto economico dietro l'inversione di rotta di Hunt è al di fuori del controllo di qualsiasi governo, perché, spinto dall'aumento dei prezzi e dei tassi d'interesse, il credito bancario si sta ora contraendo a livello globale e continuerà a minare non solo il valore degli attivi finanziari, ma anche i prestiti bancari ai soggetti non finanziari.
L'inversione di Hunt è una scelta di breve periodo, che riallinea il paese alle politiche economiche e monetarie di altri governi in Europa e Nord America. La morsa sull'attività del settore privato continuerà a stringersi. La Gran Bretagna è condannata a sprofondare, insieme ai suoi pari internazionali, in una depressione finanziaria, in un vero e proprio crollo della produzione, in livelli di disoccupazione da depressione e, se prevarrà l'imperativo politico di evitare tutto questo con finanziamenti inflazionistici, in una distruzione finale della moneta.
Forse non sarebbe stato molto diverso se la manovra di Kwarteng fosse rimasta in vigore. Ma almeno valeva la pena tentare.
L'aumento dei tassi d'interesse è destinato a far crollare l'establishment
Finché i tassi d'interesse erano in calo di lungo periodo, le conseguenze del crescente dominio dello Stato sembravano innocue. In parole povere, finché la discesa dei tassi spingeva sempre più in alto il valore degli attivi finanziari, la comunità degli investitori globali chiudeva volentieri un occhio sulle inevitabili conseguenze della macroeconomia keynesiana. Gli investitori compravano debito pubblico sapendo che i valori erano sostenuti dalla politica monetaria.
Ora che le conseguenze inflazionistiche sono finalmente arrivate, con i prezzi al consumo e alla produzione fuori controllo, l'incantesimo dei tassi zero e negativi si è spezzato, e gli investitori affrontano perdite crescenti e una diffusa perdita di fiducia nel futuro.
Le banche entrano in una fase di tassi in aumento e di valori degli attivi in calo con bilanci troppo indebitati. Gli amministratori delle banche hanno il dovere di proteggere gli azionisti da questo mutato scenario. Hanno iniziato a farlo riducendo l'esposizione agli attivi finanziari, in particolare a obbligazioni e collateralised loan obligation. Hanno inoltre ridotto l'esposizione ai conti di margine usati dagli speculatori per amplificare i guadagni con la leva.
Iniziamo a osservare una riduzione dell'attività nella montagna di 600 trilioni di dollari di derivati OTC. Banche in difficoltà, come Credit Suisse, stanno chiudendo desk di trading e, nell'ambito della ristrutturazione, si dice che stia valutando la vendita della sua unità di prodotti strutturati.[i] Sebbene sia ancora nelle fasi iniziali, il ritiro dell'offerta di carta OTC avrà effetti profondi sui mercati e sulle materie prime. Gli operatori di mercato dovranno adottare altre strategie per coprire il rischio. E la rimozione dell'offerta di carta su energia e materie prime sposterà la domanda verso le scorte fisiche, spingendo i prezzi ancora più in alto. L'incapacità di far fronte ai margin call diventerà un problema serio.
Finora le imprese non finanziarie, la Main Street in contrapposizione a Wall Street, hanno in genere constatato che i loro banchieri sono riluttanti a concedere prestiti e scoperti. Ma le banche sono così fortemente indebitate, in particolare in Europa, in Giappone e in Gran Bretagna, che la contrazione del credito bancario è destinata a minare i loro PIL. Altri sistemi bancari commerciali meno indebitati seguiranno inevitabilmente.
La contrazione del PIL deriva dal fatto che il credito bancario commerciale, sotto forma di depositi dei clienti, regola quasi tutti i pagamenti registrati nel PIL, con l'eccezione di una quota relativamente minore di pagamenti regolati in banconote, che per i nostri fini può essere ignorata. Quando il credito bancario impiegato nel PIL si contrae, si contrae anche il PIL stesso. È la contrazione del credito bancario a determinare il calo del PIL, non una riluttanza degli operatori economici ad agire. Indipendentemente dalle politiche economiche e monetarie, la contrazione del credito bancario si manifesta in una crisi. Diventa un evento che si autoalimenta, con i banchieri che agiscono sempre più come un gruppo compatto.
L'attuale aumento iniziale dei tassi di interesse mette in luce gli investimenti sbagliati, e le informazioni commerciali dei banchieri li avvertono del peggioramento delle condizioni di prestito. Di conseguenza, sono ulteriormente scoraggiati dal concedere finanziamenti e cercheranno di liquidare i prestiti alle imprese in generale. Ciò che inizia come una prudente politica di contenimento del rischio degenera rapidamente in un panico dei banchieri, dettato dalla paura di perdere tutto il capitale degli azionisti. E più alta è la leva di bilancio, maggiore è la paura.
Di fronte a un rapido calo del credito bancario, gli establishment di tutto il mondo coordineranno sicuramente le proprie azioni nel tentativo di salvare i valori di mercato e compensare la contrazione del PIL. Con un alto grado di fiducia, possiamo prevedere che reintrodurranno il quantitative easing, offriranno garanzie sui prestiti alle banche, salveranno le banche in crisi e raddoppieranno gli sforzi per tenere bassi i tassi di interesse. Stanno già gestendo i prezzi e sussidiando la produzione nel settore energetico, azioni che probabilmente verranno estese ad altri prodotti di consumo. Potrebbero perfino cercare di reprimere il possesso di oro. In breve, faranno tutto il necessario affinché lo status quo finanziario e non finanziario sopravviva.
Gli establishment governativi hanno bisogno di intraprendere queste azioni per la propria sopravvivenza. Il fattore comune di queste politiche sarà un'accelerazione della svalutazione delle valute fiat emesse dai governi. È una tendenza già evidente. La sterlina, l'euro, lo yen e lo yuan cinese stanno tutti scivolando rispetto alla valuta di riserva mondiale, il dollaro.
Ma la forza del dollaro è un'illusione, perché anche il dollaro si sta svalutando. L'intenzione della Fed di attuare il quantitative tightening sarà presto abbandonata: dopotutto, queste non sono certo le condizioni per contrarre il credito. Invece, insieme alle altre principali banche centrali, la Fed cercherà di sostituire il credito bancario commerciale in contrazione con un credito bancario centrale in espansione e di sostenere i mercati obbligazionari in crollo. E quando gli osservatori vedranno la Fed coordinare le proprie politiche con le altre banche centrali, il suo status di porto sicuro come valuta di riserva mondiale verrà smascherato per ciò che realmente è: solo un'altra valuta fiat che affronta un'inflazione infinita.
Dopo l'apocalisse delle valute
Dopo il crollo delle valute fiat, il libertarismo risorgerà dalla tomba? La politica suggerisce che sia improbabile, ma ci sono esiti positivi. Anche se una valuta perde quasi tutta la sua utilità come mezzo di scambio, resterà comunque utile come meccanismo per distribuire la sua sostituta. Collegarla, anche se in modo debole, alla moneta legale, che oggi è solo l'oro fisico, può stabilizzare la situazione. Le politiche economiche e monetarie successive determineranno poi se una valuta sostitutiva durerà.
Il groupthink globale che attualmente coordina e guida le politiche economiche e monetarie non sopravvivrà al collasso di una valuta. E, si può dire, non sopravvivranno nemmeno le convinzioni economiche keynesiane che ci hanno portato in questa situazione. L'esperienza della Francia del Settecento, che conobbe il collasso della livre di John Law nel 1720, mostra che il suo proto-keynesismo fu screditato. E solo con la Rivoluzione francese del 1789 il nuovo governo rivoluzionario, nonostante i diffusi dubbi in seno al Parlamento francese, ricorse all'emissione di assignats per far fronte all'imminente bancarotta dello Stato rivoluzionario. Divennero rapidamente privi di valore.
Come hanno dimostrato sia la Germania nel 1923 sia Hong Kong dopo il crollo dello yen militare giapponese, l'unico uso di una valuta screditata è quello di facilitare la distribuzione pubblica di una valuta sostitutiva. Tanto per fare una cifra a caso, potremmo vedere un milione di unità di valuta fiat riagganciate a un'oncia d'oro. Tenendo presente che la vera posizione giuridica è che l'oro è moneta e la valuta è solo credito, il compito è trasformare una valuta in un sostituto solido della moneta. Ma è probabile che ciò accada solo come ultima risorsa, quando le autorità monetarie non avranno altre opzioni.
All'inizio il pubblico vorrà che qualsiasi piano abbia successo. Il 15 novembre 1923, una combinazione tra un cambio nominale di un trilione di reichsmark tedeschi per un rentenmark e la promessa che la quantità di rentenmark sarebbe stata rigorosamente limitata fu sufficiente a stabilizzare la situazione valutaria. Ma oggi non c'è alcuna garanzia che i tentativi statalisti di ripristinare la fiducia nella valuta funzionino. Una differenza fondamentale rispetto alla Germania del 1923 sta nel livello degli impegni statali obbligatori in materia di redistribuzione della ricchezza e di intervento. Qualsiasi governo che voglia che un nuovo regime valutario regga deve abolirli.
In alternativa, gli inflazionisti potrebbero essere tentati di limitarsi a togliere qualche zero dalla valuta, come fece la Turchia nel gennaio 2005, quando la nuova lira sostituì un milione di vecchie lire. All'epoca la Turchia poteva ancora raccogliere fondi in valute estere nonostante la discesa della propria. Ma la situazione monetaria della Turchia era completamente diversa da quella che affrontiamo oggi, in cui ogni principale valuta occidentale va incontro a un collasso coordinato dal groupthink.
Su un reset valutario globale vanno notate due cose. La prima è che, nonostante si creda oggi che sarà una funzione dei governi, a determinarlo saranno i mercati, che rifletteranno le azioni della gente comune. Pertanto, l'abuso delle valute da parte dei governi sarà respinto con fermezza. In secondo luogo, bisogna ammettere che alcune nazioni stabilizzeranno le loro valute meglio di altre. E alcuni paesi ricorreranno a un nazionalismo intenso, una reazione istintiva descritta da Hayek in La via della schiavitù.
Distruggendo la capacità delle nazioni di finanziare le guerre con mezzi inflazionistici, forse l'America e altri cambieranno le proprie politiche estere e smetteranno di interferire in questioni che non li riguardano. Soprattutto, le valute fiat rendono possibili le guerre. Senza escludere l'avvertimento di Hayek, nel complesso ci si può aspettare che la fine delle valute fiat contribuisca a un mondo più pacifico.
Quanto ai mercati liberi che risorgono come una fenice dalle ceneri della distruzione delle valute fiat, non lo si può dare per scontato. È decisamente troppo presto per pensare a una rinascita dell'economia pratica, della moneta solida o del progresso economico basato sui mercati liberi.
[i] Vedi https://www.zerohedge.com/markets/credit-suisse-reportedly-readying-capital-raise-restructuring-announcement-looms
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