In questo articolo esamino lo stato attuale della lotta per il controllo egemonico tra l’America da un lato e Russia e Cina dall’altro. Si combatte su due fronti. L’Ucraina, quello sotto gli occhi di tutti, sta per affrontare un inverno senza elettricità e senza cibo a sufficienza, con il rischio di una crisi umanitaria.
L’altro fronte è finanziario: l’America affronta un attacco coordinato di Russia e Cina alla propria egemonia del dollaro. I russi stanno progettando una valuta sostitutiva per il regolamento degli scambi che, se avrà successo, potrebbe riversare sui mercati valutari una marea di dollari detenuti all’estero.
Non abbiamo modo di sapere quanto sia avanzato questo piano, ma gli indizi puntano forse a una valuta digitale basata sull’oro. L’istituzione a Mosca di una nuova borsa dell’oro, l’accumulo di ulteriori riserve auree da parte delle banche centrali asiatiche e la ricerca saudita di pagamenti non in dollari per le vendite di petrolio sono tutti indizi circostanziali.
Oltre a questi piani, è in atto uno spostamento di fondo che allontana da una bolla finanziaria generalizzata durata a lungo, con la prospettiva di tassi di interesse più alti nel tempo. Le ragioni per detenere dollari fiat all’estero si stanno riducendo, e una nuova valuta commerciale asiatica di successo non farebbe che aggravare i guai del dollaro.
Questa pressione potrebbe costringere l’America a ridurre la tensione in Ucraina e le sanzioni contro la Russia? L’argomento per farlo è diventato stringente. È anche un modo per abbassare i prezzi dell’energia, dando alle banche centrali il margine di manovra di cui hanno bisogno sui tassi.
La Russia sta sfruttando al massimo l’inverno
Le prove che la Russia intenda spezzare la volontà del popolo ucraino si accumulano. Mentre la neve comincia a posarsi, la Russia sta mettendo fuori uso la generazione elettrica necessaria a tenere le persone al caldo e in vita. È una variante moderna dell’assedio medievale. Ma invece di circondare una città o un castello e ridurre alla fame i residenti per farli arrendere, rendendo impossibili le condizioni di vita si aspettano che gli ucraini se ne vadano.
Quasi l’ottanta per cento della popolazione di quello sfortunato Paese è ucraina, e non russa. Ma il dato si basa sui confini nazionali ufficialmente riconosciuti e non tiene conto delle regioni che la Russia ha conquistato a est, Crimea compresa, nel 2014 e successivamente. Resta un potenziale problema di 34 milioni di profughi ucraini in fuga da condizioni di vita impossibili, senza energia e con cibo scarso, mentre l’inverno crudele avanza.
Per una guerra per procura servono due parti. Dai media occidentali non si direbbe, ma Putin è stato attento a non trasformare la situazione in una guerra ufficiale trascinando la NATO in uno scontro diretto. Sfrutta invece la costituzione ucraina, che tutela gli ucraini etnici ma non le minoranze, compresi i russofoni. Di fatto a costoro vengono negati i diritti umani, il che dà a Putin il pretesto per soccorrerli.
Questa etnicità giuridica nella costituzione ucraina è insolita oggi, una caratteristica condivisa con la Germania nazista. Consente alla macchina propagandistica russa di accusare il regime ucraino di essere uno Stato nazista. Le “operazioni speciali” della Russia servivano a soccorrere i russi etnici in conformità al diritto internazionale, e spiegano perché a costoro siano stati offerti passaporti russi e transito sicuro dal Donbass e da Kherson. Dopo atti come l’autobomba di Mosca che ha ucciso Darya Dugina, figlia di un importante alleato di Putin, e l’attentato al ponte di Kerch, Putin ha accusato l’Ucraina di atti terroristici per i quali la Russia cerca vendetta. Anche qui, l’attività antiterrorismo è un espediente per evitare una dichiarazione di guerra giustificando al tempo stesso ulteriori azioni.
Con l’avanzare dell’inverno, 34 milioni di ucraini si troveranno quindi davanti alla scelta tra diventare profughi o morire di freddo e di fame. Ora che è arrivata la neve, i russi hanno iniziato a colpire le forniture energetiche ucraine. La tempistica non è casuale e i leader dell’UE possono ormai immaginarne le probabili conseguenze. Ma affidandosi alla NATO per la propria protezione ultima, l’establishment di Bruxelles non considera i cambiamenti di politica della NATO una propria responsabilità e, assecondando la leadership americana, ha trascurato i propri interessi.
Ma gli americani sembrano ora comprendere il pericolo incombente di un inverno senza elettricità. È senza dubbio ciò che ha portato William Burns, direttore della CIA, a incontrare il suo omologo dei servizi russi ad Ankara due settimane fa. La versione ufficiale è che Burns fosse lì per avvertire i russi di non ricorrere alle armi nucleari e per sollevare la questione dei prigionieri statunitensi.[i] Ma è assai probabile che questo incontro riservato servisse a esplorare compromessi prima che l’America si ritrovi parte in causa nel crudele sacrificio della popolazione ucraina in una guerra per procura.
I negoziati non saranno una formalità
Nel grande gioco della strategia geopolitica, portare gli americani al tavolo negoziale può essere messo in conto come una vittoria dei russi. Ma non si tratta solo di una guerra per procura su suolo ucraino. Sia la Russia sia l’America hanno obiettivi prioritari. I russi vogliono mettere in sicurezza i propri confini occidentali, il che significa come minimo il ritiro militare americano da tutti i Paesi confinanti — Lavrov ha citato 300 miglia, la gittata dei missili. Gli Stati Uniti resisteranno senza dubbio a queste richieste, perché rinunciare di fatto al proprio ruolo postbellico di protettori dell’Europa attraverso la NATO sarebbe un’aperta ammissione di sconfitta sulla scena mondiale. Significherebbe la fine dell’egemonia globale statunitense, alla quale gli americani si aggrappano disperatamente. Per di più, sarebbe una sconfitta che rafforzerebbe il potere della Russia non solo nello scacchiere dell’Europa occidentale, ma, attraverso la partnership con la Cina, sull’intero continente eurasiatico.
Dal punto di vista statunitense, i negoziati con la Russia si riveleranno probabilmente un esercizio di contenimento del danno, come il ritiro dall’Afghanistan. L’America ha bisogno di arrivare al tavolo prima che la situazione peggiori ulteriormente. E, al di là dell’Ucraina, ha tre problemi urgenti da considerare:
- Non c’è dubbio che i guai dell’UE si aggraveranno quest’inverno, con carenze energetiche, prezzi alimentari esorbitanti e costi di produzione alle stelle destinati probabilmente a costituire la prova più dura che l’Unione abbia mai affrontato. Arriva in un momento in cui il sistema dell’euro affronta un’instabilità che potrebbe far cadere grandi banche ed esporre il sistema stesso come insolvente. Il rischio sistemico si tradurrebbe allora quasi certamente in una minaccia esistenziale per il sistema bancario statunitense.
- Gli Stati Uniti stanno combattendo non uno ma due nuovi egemoni, Russia e Cina, che si sono alleati per formare un nuovo ordine mondiale su base asiatica insieme ai fornitori di materie prime di tutto il mondo. Solo su base demografica, un’Asia in rapida industrializzazione, con i relativi interessi nell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, nell’Unione economica eurasiatica, nei BRICS, in tutta l’Africa e in ampie porzioni del Sud America, supera nordamericani, membri della NATO, Giappone, Corea del Sud e alcuni alleati statunitensi meno sicuri di almeno sei a uno.
- Il nucleo di questa partnership sino-russa è deciso a liberarsi il più possibile del dollaro nel regolamento degli scambi. In quanto una delle due parti all’origine del petrodollaro, i sauditi si stanno riallineando al blocco commerciale asiatico. Ulteriori passi in questa direzione mineranno sicuramente l’egemonia del dollaro, principale fonte del potere americano sulle altre nazioni.
La dimensione europea
Si capisce che il dissenso è ormai evidente nell’UE, con l’Unione che accusa gli americani di lucrare sulla guerra in Ucraina. Questo veniva da Politico all’inizio di questa settimana:
“Il fatto è che, a guardarla con lucidità, il Paese che trae più profitto da questa guerra sono gli Stati Uniti, perché vendono più gas e a prezzi più alti, e perché vendono più armi”, ha dichiarato un alto funzionario a POLITICO.[ii]
L’articolo prosegue:
“I commenti esplosivi — sostenuti in pubblico e in privato da funzionari, diplomatici e ministri altrove — arrivano dopo la crescente rabbia in Europa per i sussidi americani che minacciano di distruggere l’industria europea. Il Cremlino accoglierà probabilmente con favore l’avvelenamento del clima tra gli alleati occidentali.‘Siamo davvero a uno snodo storico’, ha detto l’alto funzionario UE, sostenendo che il doppio colpo della distorsione commerciale dovuta ai sussidi statunitensi e degli alti prezzi energetici rischia di rivoltare l’opinione pubblica sia contro lo sforzo bellico sia contro l’alleanza transatlantica. ‘L’America deve rendersi conto che l’opinione pubblica sta cambiando in molti Paesi dell’UE.’”
Realisticamente, l’America può tenere dalla propria parte i suoi principali alleati europei solo se affronta queste preoccupazioni. Attribuiti quasi interamente alle sanzioni contro la Russia volute dagli americani e alle reazioni di Putin, i prezzi in aumento stanno creando pressioni politiche sul terreno che probabilmente costringeranno i politici a cercare una rapida fine delle sanzioni. Sotto questo aspetto, il tempo gioca a favore della Russia.
Ma queste pressioni non sono sorte solo nell’UE. La nuova tendenza globale al rialzo dei prezzi colpisce l’Unione più di altri, avendo la Banca centrale europea mantenuto i tassi sui depositi in territorio negativo per un periodo considerevole. Come altri banchieri centrali, i funzionari della BCE non hanno pianificato una via d’uscita dalla compressione dei tassi e si trovano più impreparati della maggior parte delle altre banche centrali. È stata una politica che ha spinto le banche commerciali in territorio rischioso.
I margini di intermediazione compressi hanno costretto le grandi banche commerciali a difendere i profitti portando la leva dei propri bilanci a livelli record. La mano morta dei tassi negativi, di fatto una tassa sulle riserve detenute nel sistema dell’euro, ha pesato sui risultati delle banche. Mentre il rialzo dei tassi è stato inizialmente una manna per i profitti bancari, oggi le banche sono esposte a perdite da calo dei valori degli attivi e da crediti deteriorati. E con il tasso sui depositi della BCE ancora solo all’1,5% mentre l’inflazione ufficiale supera il 10%, tassi assai più alti sono inevitabili. A meno che l’inflazione non venga in qualche modo ridotta in misura significativa, le conseguenze saranno perdite enormi per le banche sulle attività finanziarie, sia in bilancio sia come garanzie: perdite che azzereranno il capitale degli azionisti.
Il problema dell’inflazione si manifesta ora in una crisi energetica nata dalle sanzioni contro la Russia. Per evitare che l’intero sistema dell’euro sia destabilizzato, la soluzione ovvia nel breve periodo è trattare con la Russia. L’eliminazione di questa fonte di rincari ridurrebbe a sua volta le prospettive sui tassi dell’euro, stabilizzando l’intero sistema. Possiamo star certi che la BCE e la sua rete di banche centrali nazionali lo stiano facendo presente ai propri politici.
Anzi, la fine delle sanzioni darebbe una spinta formidabile ai mercati azionari e ai prezzi obbligazionari, in un momento di crescenti timori di recessione globale. Che non vi siano dubbi: le politiche occidentali contro la Russia sono a dir poco suicide. E i politici a Bruxelles sarebbero ciechi a non vederlo.
Il conflitto tra Stati Uniti e i due egemoni asiatici si sta aggravando
Dal punto di vista russo, il ritiro precipitoso dell’America dall’Afghanistan e la sostituzione di un imprevedibile presidente Trump con un Biden anziano, noto ai russi per il suo passato nella politica estera statunitense, hanno confermato che l’influenza globale americana stava venendo meno. Per la Russia, con il Regno Unito fuori dall’UE, era un buon momento per far salire la tensione tra America ed Europa occidentale in modo da emarginare l’America dall’Europa.
Putin ha dimostrato grandi capacità di operatore politico: doveva averle per districarsi con successo nel disastro lasciato da Eltsin fino a una posizione di potere assoluto. Prima di far salire la tensione in Ucraina possiamo essere certi che avesse previsto le sanzioni guidate dagli Stati Uniti e calcolato la propria risposta. Il fatto che gli americani abbiano segnalato con cautela di essere ora disposti a negoziare conferma il successo della strategia ucraina di Putin. Ora, con l’arrivo dell’inverno, può permettersi di aspettare. E più aspetta, maggiore è la stretta su Ucraina e UE.
L’America combatte questa partita di potere su due fronti: Russia e Cina. Non può essere troppo aggressiva con la Cina perché gli Stati Uniti dipendono ancora fortemente dalla sua economia. Si limitano a divieti tecnologici selettivi e a poco altro. Avendo esportato le catene di fornitura manifatturiere in Cina e nel Sud-est asiatico, le grandi imprese statunitensi non possono permettersi di vederle compromesse da politiche estere aggressive. Già ora, intenzionalmente o no, la Cina sta stringendo la morsa sulle aziende americane con la propria politica di lockdown anti-covid.
Non possiamo mai essere del tutto certi delle intenzioni cinesi, specie con l’enigmatico presidente Xi. Con le proteste contro i lockdown, i media occidentali dipingono l’amministrazione di Xi come un ritorno quasi a politiche maoiste, un’inversione della recente marcia cinese verso il capitalismo. Il trattamento degli uiguri ci offende. Ma si sapeva che una riforma della politica anti-covid era in arrivo, e martedì la Commissione sanitaria nazionale cinese ha annunciato nuove linee guida alle amministrazioni locali, che dovrebbero allentare i lockdown.
Il problema di fondo per il governo cinese è che la sua economia sconta i postumi del debito accumulato in decenni di sovrainvestimento nell’edilizia interna, sostenuto da un tasso di risparmio eccezionalmente alto. Se l’economia fosse lasciata a sé stessa, secondo la teoria classica una crisi del debito distruggerebbe i malinvestimenti e riallocherebbe il capitale verso usi più produttivi. Ma con le grandi banche commerciali sotto controllo statale, la linea sarà più probabilmente quella di attraversare la transizione di riallocazione del capitale a qualunque costo.
L’effetto di una stretta creditizia è accrescere l’urgenza di investimenti diretti dallo Stato in altri ambiti, in particolare l’integrazione con altre nazioni asiatiche. Pur non dovendo dimenticare che tra Cina e Russia esistono differenze politiche e culturali significative, l’egemonia e le politiche commerciali americane non hanno fatto che stringere i legami tra le due, e quindi gli investimenti transfrontalieri sono una priorità ovvia.
Le conseguenze economiche immediate sono dannose per la Cina, con un’economia che ha smesso di crescere. Se questo è un fattore negativo per l’intera regione, potrebbe accelerare l’integrazione panasiatica per limitare i danni economici e allontanare ulteriormente dal controllo egemonico statunitense nazioni come l’India, i Paesi africani e ora l’intero Medio Oriente. Anche gli alleati americani nel Sud-est asiatico riesamineranno le proprie politiche estere.
Guardando oltre le prospettive immediate di una recessione globale, si vede che il vecchio mondo delle economie stagnanti si sta separando da un nuovo mondo di industrializzazione. Le nazioni in via di sviluppo indipendenti vengono attratte nel campo progressivo, lasciando un residuo di nazioni in declino che vivono nel passato.
Finora una conferma della fine dell’egemonia statunitense si è vista nel cambio di politica commerciale dell’Arabia Saudita, che si è riallineata a Russia e Cina confermando l’intenzione di aderire ai BRICS. Con altri Stati arabi che seguono l’esempio saudita, ciò conferma che i Paesi del Golfo vedono il proprio futuro legato alla partnership russo-cinese. È probabile che seguano nazioni del Sud-est asiatico, che al momento restano sulla staccionata. Ma il recente G20 ospitato dall’Indonesia ha mostrato che i padroni di casa sembravano più preoccupati di irritare russi e cinesi che l’alleanza occidentale guidata dagli Stati Uniti.
Gli Stati membri dell’Unione europea cominciano ad affrontare lo stesso dilemma. Hanno assecondato ciecamente le politiche NATO senza metterle in discussione. Il fallimento delle guerre NATO in Medio Oriente e Afghanistan, e le conseguenze del rovesciamento di Gheddafi in Libia, hanno tutti prodotto i problemi migratori dell’Europa. Ora il sacrificio economico dell’allineamento alla NATO è sotto gli occhi di tutti. I leader dell’UE mormorano cupamente su come gli americani lucrino sull’Ucraina mentre l’Europa ne paga il prezzo.
Anche l’egemonia del dollaro è minacciata
Sappiamo da annunci ufficiali che la partnership russo-cinese, in particolare attraverso l’appartenenza all’Unione economica eurasiatica, sta progettando di mettere insieme una nuova valuta per il regolamento degli scambi. A causa delle sanzioni valutarie contro la Russia, al progetto è stata impressa una certa urgenza, mentre altre nazioni asiatiche si rendono conto che tenere valute occidentali nelle riserve delle proprie banche centrali comporta un rischio di sanzioni. Questi rischi non si limitano al congelamento delle riserve in valute occidentali, ma riguardano anche il commercio. Le conseguenze della politica sanzionatoria sono state costringere i governi asiatici a ripensare anche alla sicurezza degli scambi.
A questo stadio possiamo solo mettere insieme alcuni fili per capire la forma probabile della nuova valuta di regolamento proposta da Sergej Glazev, l’alto funzionario russo incaricato del progetto. Una dichiarazione ufficiale del 16 giugno del comitato da lui presieduto conteneva il seguente passaggio:
“Sergej Glazev ha annunciato la presentazione, in tempi brevi, del progetto di un mercato di scambio comune dell’UEE, che prevederebbe in particolare l’unificazione dei sistemi informativi delle borse e la quotazione dei prezzi nelle valute nazionali. «All’ordine del giorno c’è il passaggio a una nuova valuta di regolamento stabile basata su un paniere di valute nazionali e di prodotti scambiati in borsa, oltre alla creazione di un nostro sistema di formazione dei prezzi stabile. Tali principi dovrebbero essere applicati non solo all’interno dell’UEE ma in tutta la SCO», ha concluso il ministro della CEE.”[iii]
L’obiettivo è sostituire il dollaro come mezzo di regolamento del commercio fra le nazioni. E l’idea è che questa nuova valuta di regolamento sia aperta all’adesione di altri Paesi. Se il progetto avrà successo, il dollaro perderà lo status di valuta di riserva per le nazioni partecipanti.
Come descritto sopra, il progetto è impraticabile e appare una dichiarazione politica pensata per raccogliere consensi iniziali. Altrove vediamo proposte di creare una nuova borsa dell’oro a Mosca, apparentemente per sostituire l’accesso al mercato londinese dei lingotti ora negato alla Russia e alle sue raffinerie. Ma anche qui la mano che si muove è sempre quella di Sergej Glazev, che questa volta ci dice che la domanda viene dall’industria russa dei lingotti.
Perché funzioni, la proposta originaria di Glazev agli Stati eurasiatici non può procedere. L’inclusione di valute nazionali in una sorta di fixing quotidiano non garantisce stabilità, e ogni volta che un altro membro della SCO decidesse di aderire occorrerebbe un intero riequilibrio. Le stesse considerazioni valgono per i “prodotti scambiati in borsa”, che da altre dichiarazioni possiamo intendere come le materie prime scambiate tra i membri dello schema.
Da mossa intrinsecamente difensiva contro l’egemonia del dollaro, la successiva conferma delle intenzioni saudite di spostare i pagamenti dal dollaro a valute asiatiche non specificate cambia le priorità. Dal convincere una cerchia di Stati eurasiatici, il premio per Glazev diventa persuadere anche i sauditi e gli altri fornitori energetici del Golfo ad accettare il nuovo mezzo di regolamento. Solo una valuta basata sull’oro è adatta allo scopo. Con le loro radici beduine nella moneta fisica, una valuta di regolamento basata sull’oro e accettabile per i sauditi avrebbe l’ulteriore vantaggio di infliggere un colpo significativo al dollaro.
Più si considera la situazione, più si può solo concludere che l’oro è la base logica di uno schema simile, e il coinvolgimento di Glazev nella nuova borsa dell’oro di Mosca suggerisce che sia giunto a una conclusione analoga. Se è così, sarà necessario sostenere uno schema di fixing dell’oro in modo tale che i partecipanti possano tenere con fiducia saldi nella nuova valuta, anche se questa sarà quasi certamente in forma digitale.
Supponendo che lo schema avanzi verso la realizzazione, con l’oro a rappresentare in generale le transazioni basate sulle materie prime, l’esigenza di mantenere saldi in dollari verrà meno. L’impatto sul dollaro dev’essere il nostro prossimo tema.
I saldi in dollari detenuti all’estero sono semplicemente enormi

Come illustra il grafico qui sopra, la proprietà estera di attività finanziarie compresi i depositi bancari ammonta a quasi 30.000 miliardi di dollari, oltre 4.000 miliardi in meno rispetto allo scorso dicembre. In parte è dovuto a oscillazioni nelle valutazioni dei portafogli, ma è chiaro che l’appetito estero per il dollaro sta calando. Se il blocco asiatico russo-cinese metterà a punto una valuta di regolamento praticabile, sia la detenzione ufficiale sia quella privata di dollari saranno meno necessarie, e il possesso da parte di stranieri diminuirà ulteriormente.
I dollari verranno venduti per altre valute, per acquistare lingotti o per costituire scorte di materie prime durevoli. La volontà globale di vendere dollari per altre grandi valute fiat è stata stroncata dalle sanzioni valutarie contro la Russia. E possiamo star certi che il messaggio sul detenere yen, euro o sterline sia stato recepito ampiamente in tutte le nazioni asiatiche.
Le sanzioni valutarie guidate dagli Stati Uniti contro la Russia si ritorceranno quindi probabilmente contro di loro in modo pesante. Con il dollaro venduto per lingotti e materie prime, il valore del dollaro rispetto a lingotti e materie prime calerà ovviamente. Sarà una tendenza facilmente compresa dai detentori esteri, che probabilmente farà scendere il dollaro più rapidamente di quanto ci si potrebbe attendere.
Può darsi che il processo sia già iniziato. Finora quest’anno il dollaro ha guadagnato sulle altre principali valute perché la Fed ha preceduto le altre banche centrali nell’alzare i tassi per contenere l’inflazione. Le altre banche centrali stanno ora rispondendo in ritardo con politiche dei tassi riviste, e di conseguenza la tendenza al rialzo dell’indice ponderato per gli scambi del dollaro si è interrotta rispetto al trend precedente. Il grafico qui sotto illustra il movimento del dollaro finora.

Ad aggravare i problemi del dollaro ci sono i sospetti del mercato che la Fed sarà costretta a una svolta di politica man mano che le prove di una recessione si accumulano. Pur ammorbidendo leggermente la propria linea, la Fed continua a negarlo, presumibilmente per timore di alimentare prezzi al consumo ancora più alti. I mercati scommettono che sia solo questione di tempo prima che la Fed sia costretta a fermare i rialzi dei tassi e a reintrodurre il quantitative easing. Il rendimento del Treasury statunitense a 10 anni è sceso dal 4,4% al 3,63%, mentre l’aumento del CPI è rallentato al 7,7% a ottobre.
I rincari di materie prime ed energia indotti dalle sanzioni hanno oscurato una tendenza più ampia emersa dalla fine dei quarant’anni di finanziarizzazione delle principali economie occidentali: la fine di una prolungata bolla generalizzata. Deficit pubblici intrattabili stanno svalutando le valute rispetto al valore delle materie prime. Una nuova guerra fredda finanziaria fra gli egemoni sta minando la logica delle catene di fornitura distribuite su più giurisdizioni. La gestione delle scorte just-in-time è diventata più rischiosa. E mentre le difficoltà delle filiere si sono attenuate di recente, le prospettive commerciali sono peggiorate, una riforma delle catene di fornitura è all’orizzonte e il credito bancario commerciale è in forte ritardo rispetto al suo ciclo decennale di contrazione.
Gestire la liquidazione dei dollari esteri
Supponendo che gli stranieri agiscano come venditori netti veri e propri anziché limitarsi a coprire posizioni esistenti, gli acquirenti saranno la Fed nel caso di vendite da parte di istituzioni ufficiali, oppure le banche commerciali.
Quando la Fed compra dollari, riduce il lato passivo del proprio bilancio, oppure reimpiega i dollari rimpatriati acquistando attività. E poiché stiamo considerando vendite nette da parte di stranieri, quelle attività saranno attività denominate in dollari nell’economia interna statunitense. Se la Fed riduca il bilancio o compri attività interne è una questione di politica economica e monetaria.
Le banche commerciali agiranno principalmente per conto di acquirenti statunitensi, nel qual caso non vi è riduzione delle loro passività aggregate di deposito, perché cambia soltanto la titolarità dei depositi. Se però non agiscono per acquirenti interni ma per sé stesse e i depositi vengono ritirati, devono ridurre di pari passo le attività di bilancio. Possono farlo vendendo attività finanziarie, se le hanno in bilancio, oppure richiamando prestiti. Sappiamo però dai dati TIC del Tesoro statunitense che le banche commerciali hanno un’esposizione limitata a prestiti in valuta estera (cioè attività di bilancio: a giugno erano 687 miliardi di dollari[iv]) e, con le altre valute deboli, è improbabile che abbiano in bilancio attività finanziarie in valuta estera non coperte in quantità rilevante. Pertanto il grosso del coinvolgimento del settore privato è fuori bilancio e quindi l’effetto sul credito bancario commerciale in essere sarà limitato.
Sembrerebbe quindi soprattutto un problema per la Fed, e l’impatto delle vendite estere sul dollaro sarà attenuato solo attraverso l’espansione del bilancio della Fed. Il grafico qui sotto dà un’idea dei probabili effetti.

Abbiamo accertato che le banche commerciali non compreranno dollari dagli stranieri in quantità tali da incidere materialmente sui propri bilanci. Se invece gli stranieri decideranno che il mondo si sta allontanando dal dollaro, il bilancio della Fed, oggi pari a 8.600 miliardi di dollari, sarà esposto a una montagna di dollari esteri in contrazione fino a 30.000 miliardi. Vi è in questo un fattore di leva che potrebbe essere considerevole.
Un ulteriore problema per le autorità monetarie è che si attendono sempre più una recessione, anche se sembra tardare ad arrivare. Una recessione è una contrazione del credito bancario commerciale, alla quale la Fed si aspetterebbe di rispondere con la combinazione di un’espansione del proprio bilancio e di un aumento del deficit di bilancio pubblico. In altre parole, dopo cinquantun anni di dollaro totalmente fiat e di domanda di dollaro fondata sull’essere l’unica valuta di riserva, la fine di quel periodo in un momento in cui l’economia statunitense entra in recessione è la peggiore combinazione di eventi possibile.
È probabilmente la ragione più stringente perché il governo statunitense cerchi di ridurre le tensioni sull’Ucraina e smantellare le sanzioni contro la Russia. Doveva, o avrebbe dovuto, essere nella mente di William Burns della CIA quando ha incontrato il suo omologo russo ad Ankara due settimane fa.
[i] Vedi https://www.reuters.com/world/russian-us-officials-holding-talks-turkey-kommersant-2022-11-14/
[ii] Vedi https://www.politico.eu/article/vladimir-putin-war-europe-ukraine-gas-inflation-reduction-act-ira-joe-biden-rift-west-eu-accuses-us-of-profiting-from-war/
[iii] Vedi https://eec.eaeunion.org/en/news/sergey-glazev-imeyushchiesya-rezervy-rosta-neobkhodimo-konvertirovat-v-narashchivanie-vnutrisoyuznoy/
[iv] Riga 1 meno riga 2 su https://ticdata.treasury.gov/resource-center/data-chart-center/tic/Documents/bctype.txt