Sia i keynesiani sia i monetaristi ritengono che a volte sia necessario aumentare la spesa pubblica o immettere più denaro nell'economia. L'intervento assume la forma di spesa pubblica non finanziata, di tassi di interesse artificialmente bassi per stimolare la domanda di moneta e di credito bancario, oppure di una spinta a rendere la valuta "competitiva" svalutandola.
Questi metodi sono stati provati senza successo più e più volte e vanno denunciati se vogliamo comprendere la nostra reale condizione economica.
Il motivo per cui non funzionano si può riassumere in una svista e in un errore logico. La svista consiste nel guardare un solo lato di una proposta di spesa pubblica: un nuovo ponte, ospedale o scuola è un beneficio visibile. Ciò che si ignora facilmente è il costo, che ricade sui risparmi e sui redditi di molte persone. Se queste risorse non fossero state dirottate, sarebbero a disposizione dei consumatori, che potrebbero spenderle come credono. Questo è importante, perché è la domanda dei consumatori a guidare l'innovazione e il progresso economico, non la redistribuzione statale.
L'errore di fondo è aderire a idee coerenti con il costo di produzione, ovvero con la teoria del valore-lavoro, e cercare di forzarle nella realtà della soggettività dei prezzi al consumo. L'elenco degli economisti che hanno commesso questo errore è molto più lungo di quello di chi ne comprende la natura, e include Tommaso d'Aquino, Adam Smith, David Ricardo, John Stuart Mill e Karl Marx. È il fondamento del pensiero socialista, che ci divide in modo dispregiativo in classi di sfruttati e capitalisti. La verità è molto diversa: il consumatore con le sue scelte decide i prezzi e cosa viene prodotto, e qualsiasi produttore che non risponde è destinato a uscire dal mercato.
Il nodo del problema è che gli economisti tradizionali non comprendono i prezzi. Disegnano curve di domanda e offerta che mostrano come, a parità di altre condizioni, prezzi più bassi stimolino la domanda. Mettendo da parte il fatto che le altre condizioni non sono mai uguali, è un punto di partenza ragionevole. Ma viene poi contraddetto dai macroeconomisti, secondo i quali i prezzi in calo rinviano e deprimono la domanda, mentre prezzi in moderato aumento la stimolano.
Le contraddizioni, quindi, partono dal livello più elementare e da lì gli errori si moltiplicano. Invece di abbandonare le teorie basate sul costo di produzione, gli economisti tradizionali cercano di sussidiare i produttori, direttamente o con strumenti monetari. Equivale a sovvenzionare imprese che altrimenti fallirebbero. Inoltre, le imprese di successo sono incoraggiate a cercare sussidi e scoraggiate dal reinvestire il proprio capitale in iniziative realmente redditizie.
Grazie a una propaganda governativa incessante, oggi quasi tutti credono che l'intervento dello Stato sia una forza positiva, ma la verità è molto diversa. L'intervento governativo equivale a ridurre i salari e distruggere i risparmi attraverso l'inflazione monetaria, facendo al tempo stesso salire i prezzi. È vero che tassi più bassi ed espansione monetaria possono dare una spinta artificiale a breve termine, ma questa si esaurisce rapidamente quando i prezzi iniziano a salire.
Un'analisi ragionata dei veri effetti dell'intervento statale rivela la verità: ha un costo economico considerevole, ostacola il progresso economico e ci lascia tutti più poveri. C'è da stupirsi che la reflazione abbia ormai smesso persino di produrre benefici a breve termine?