Con una moneta solida e mercati liberi, l'evoluzione della produzione delle imprese aumenta nel tempo il potere d’acquisto del denaro.
Veniamo a sapere, all'improvviso, che «l'Eurozona sta andando bene, ma le opinioni sono divise sulle cause e permangono dubbi sul fatto che si tratti di una ripresa sostenibile» (Daily Telegraph, 19 aprile). Ci dicono anche che la crescita economica negli Stati Uniti è in fase di stallo, come dimostrano le revisioni al ribasso della Fed di Atlanta e il fatto che anche il tasso di aumento di prestiti e leasing delle banche commerciali sta rallentando. La Banca d'Inghilterra non è stata in grado di prevedere la forza dell'economia britannica all'indomani della Brexit.
Questo articolo spiega perché si crea questa confusione. È evidente che la professione degli economisti è poco informata proprio sull'unica cosa che è pagata per conoscere, e di conseguenza i commenti che arrivano alla gente comune sono sbagliati. Gli economisti formati e pagati dallo Stato presumono sempre che il problema sia il settore privato, quando in realtà il problema è il peso dello Stato e i suoi vani tentativi di gestire le conseguenze delle proprie azioni attraverso la corruzione della moneta.
Spostando l'attenzione sul settore privato nella ricerca di soluzioni, gli economisti confondono la crescita del prodotto interno lordo con il progresso. La crescita è l'espansione del totale di un bilancio e riflette un aumento della quantità di denaro speso nell'economia tra due date. Il progresso, invece, è il miglioramento del tenore di vita che otteniamo da una produzione più efficiente e dalla tecnologia.
Prendiamo l'Italia come esempio. Il grafico qui sotto mostra il PIL reale trimestrale. Tieni presente che il tasso annualizzato è pari a quattro volte il dato trimestrale.
Il PIL è oggi la misura standard della performance economica e mostra che il volume delle transazioni dei consumatori in Italia è oggi ben al di sotto del record raggiunto nel 2008, prima della crisi finanziaria. Siamo ancora sotto di oltre il 7% dopo otto anni.
È un disastro per chi è senza lavoro, gli sfortunati che non guadagnano per poter spendere. È una cattiva notizia per il governo, che dipende dalle imposte sul reddito e dall'IVA. Crea divisioni sociali. Ma per la maggior parte degli italiani, a meno che non paghino imposte sensibilmente più alte, la vita è migliorata. Per lo più mangiano ancora le stesse cose e ogni tanto vanno al ristorante. Negli ultimi quattro anni le vendite interne di auto in Italia sono passate da 1,3 a 1,8 milioni. Le auto sono più affidabili, più sicure e migliori che mai. Anche computer più evoluti, TV a schermo piatto ed elettrodomestici i cui prezzi sono scesi hanno visto una buona domanda a prezzi più bassi, migliorando il tenore di vita, la comodità e il piacere delle persone.
L'unica cosa che il calo del PIL italiano non è riuscito a cogliere è proprio questo progresso. Lo stesso vale per la Francia, con la differenza che l'elemento anti-progressista dell'economia, il governo, pesa di più in proporzione al PIL. I servizi forniti dallo Stato in genere progrediscono lentamente e molti sono saldamente fermi al passato. Lo Stato distrugge inoltre ricchezza attraverso la tassazione. In Francia il profitto è diventato una parolaccia, sostituito da un socialismo puritano. Ma nonostante tutto questo, anche i francesi comprano auto migliori e TV a schermo piatto. Per quanti ostacoli il governo metta sulla loro strada, non riesce comunque a impedire alle persone di far progredire la propria vita.
Lo stesso vale per l'America. La crescita di prestiti e leasing può rallentare, come prevede la Fed di Atlanta, e l'economia progredisce comunque. E come ha potuto qualcuno credere davvero che dopo la Brexit persone e imprese avrebbero smesso di colpo di comprare i beni e i servizi che desideravano e di lavorare? Chi voleva restare nell'UE si lamentava dell'idiozia della Brexit, ma non ha cambiato le proprie abitudini di spesa neppure un po'. Anzi, la fine dell'incertezza ha portato a un'impennata degli investimenti di capitale, che erano stati frenati soltanto dal referendum. La vita è tornata alla normalità.
È talmente ovvio che stupisce come pochissimi economisti moderni lo vedano. Il motivo è semplice: l'intera professione macroeconomica neokeynesiana ha rifiutato l'unico assioma economico che si frappone alla sua fede nell'intervento dello Stato, ovvero la legge di Say.
La legge di Say è fondamentale per capire l'economia
La legge di Say è molto semplice. Afferma che in un mondo in cui dividiamo il lavoro, produciamo per consumare. Ne consegue che, se non siamo in grado di produrre per poter consumare, qualcun altro deve produrre al posto nostro. I disabili, i disoccupati, chi si occupa della casa e i bambini hanno i propri consumi pagati da qualcun altro: un coniuge, un familiare o un genitore. L’assistenza distribuita dallo Stato non cambia questa legge ferrea, perché lo Stato deve tassare la produzione di qualcun altro o svalutarne i guadagni per finanziare la distribuzione dei sussidi.
Questo non si può negare. Siamo tutti, allo stesso tempo, produttori, consumatori e risparmiatori. Queste funzioni non possono essere separate, così come il corpo umano non può essere diviso in tre parti continuando a funzionare. Il ruolo della moneta è facilitare lo scambio tra produzione e consumo, in entrambe le sue forme, e nulla di più. I tentativi di manipolare la quantità di moneta non cambiano questa verità di fondo, se non creando disordini. Per questo il riflazionismo non ha mai successo. È anche il motivo per cui gli economisti che credono nella riflazione di Stato in spregio alla legge di Say sbagliano ogni volta di grosso.
Le implicazioni per i macroeconomisti sono molte: avendo imboccato questa strada sbagliata, hanno poi costruito le loro teorie sulla sabbia. La prima è comprendere i limiti della misurazione economica. PIL, PNL e analoghe invenzioni statistiche, siano esse corrette o meno per l’inflazione dei prezzi, possono solo registrare le transazioni totali in termini monetari tra due date. Per esempio, nel grafico qui sopra possiamo dire che nel terzo trimestre del 2016 il denaro speso per il totale delle transazioni registrate che rientrano nel PIL dell’Italia ammontava a 393,5 miliardi di euro. Oltre a scomporlo in diverse categorie di beni, non può dirci altro sulla condizione economica. Il concetto di crescita riguarda la misura dei totali monetari, non i beni e i servizi liberamente richiesti.
Con una moneta solida e mercati liberi, l’evoluzione della produzione delle imprese aumenta nel tempo il potere d’acquisto della moneta. L’innovazione tecnologica, il miglioramento dei metodi produttivi e la concorrenza garantiscono che sia così. Gli inflazionisti sostengono che sia un male, ritenendo a torto che un calo del livello generale dei prezzi (l’altra faccia di una moneta solida) danneggi le imprese e quindi l’economia. Tuttavia, prezzi più bassi avvantaggiano il consumatore e, in un’economia che funziona correttamente, il consumatore è il re e l’impresa è il suo servitore, non il contrario, come vorrebbero gli statalisti.
Il ruolo del risparmio
Il risparmio è fondamentale per il buon funzionamento di un’economia, perché finanzia l’attività d’impresa. I lavoratori dipendenti raramente vengono pagati in anticipo per il loro lavoro e, fino al primo stipendio, devono comunque acquistare i beni di prima necessità. Allo stesso tempo, chi già guadagna organizza la propria vita in modo da avere un’eccedenza rispetto alla sua produzione, da mettere da parte come risparmio da spendere più avanti o in caso di emergenza. Questi risparmi sono le risorse per il cambiamento.
John Maynard Keynes non colse l’importanza del risparmio. Ritenne, a torto, che un aumento del risparmio porti a una diminuzione della domanda aggregata potenziale, riducendo la produzione complessiva e quindi i fondi disponibili per il risparmio. Descrisse come paradosso della parsimonia la sua previsione che un aumento del risparmio porti a una successiva diminuzione del risparmio. Questa conclusione ignora l’equilibrio che si raggiunge sempre nei mercati liberi, in cui le imprese competono per ottenere risparmio fino a un livello determinato dalle loro aspettative sui prezzi che potranno ottenere per la loro produzione. Qualsiasi indebitamento oltre un certo punto diventa un uso inefficiente delle risorse di capitale e riduce il rendimento del capitale impiegato dal debitore. L’idea di Keynes che esista un paradosso del risparmio è un’assurdità.
L’altra faccia del risparmio è l’investimento nella produzione stessa. Poiché il PIL rileva i prodotti solo ai prezzi finali, sottostima il contributo di questo investimento di capitale, che finanzia molteplici processi produttivi per arrivare al bene capitale finale. Il risultato è che gli economisti vedono, a torto, il denaro impiegato nella produzione come un freno al potenziale di crescita del PIL. È un motivo importante per cui non riescono a riconoscere il contributo del risparmio al progresso economico. Ma d’altra parte, non cercano di misurare il progresso.
L’equilibrio tra consumo presente e consumo differito è determinato dal valore temporale tra consumo immediato e consumo futuro, in altre parole dal tempo per cui il risparmiatore rinuncia all’uso del proprio denaro. Esso è espresso da un tasso di interesse concordato tra prestatore e debitore, tenendo conto di tutte le circostanze del prestito. È una questione che riguarda interamente debitori e prestatori, non lo Stato. Lo Stato non è in grado di fissare un tasso di interesse che massimizzi il progresso economico.
Negare la legge di Say è centrale per l’inflazionismo
Leggendo gli scritti di Keynes è chiaro che non comprese l’importanza del risparmio, così come non colse l’impossibilità di negare la verità che sta dietro la legge di Say.
Questo non fermò Keynes. Trascorse gran parte degli anni Trenta a elaborare una tesi che richiedeva di ignorare la legge di Say, culminata in The General Theory of Employment, Interest and Money. Non ci riuscì mai e dovette ripiegare sul condannare la legge di Say come principio dell'economia classica, e quindi superato. Non è un argomento valido. Il suo scopo era creare un ruolo positivo per un altro attore, lo Stato. Generando un disavanzo di bilancio finanziato dall'espansione monetaria, sosteneva Keynes, lo Stato crea una domanda aggiuntiva, portando la domanda aggregata a un livello superiore a quello fissato dai confini della legge di Say.
Equivale a credere in un moto economico perpetuo grazie all'assenza di attrito. Naturalmente è una follia: l'attrito è la svalutazione non registrata del denaro di tutti per pagare la domanda aggiuntiva. La domanda generata dallo Stato e finanziata dall'inflazione trasferisce domanda dai singoli consumatori allo Stato. Quella quota viene ora stabilita per decreto, secondo i capricci di politici e amministratori, che nell'allocazione delle risorse sono contrari al progresso. Lungi dall'essere un moto perpetuo, la riallocazione di risorse dai consumatori allo Stato introduce un attrito che soffoca il progresso.
Ma va bene così, perché la maggiore quantità di moneta e di credito fa aumentare il PIL. La banca centrale ha il PIL come obiettivo, quindi il suo mandato è soddisfatto. E ciò che lo Stato non spende per aumentare la domanda aggregata, lo dirige. Invece di competere, le imprese trovano più facile e più gradito cercare il sostegno di politici e amministratori. Il risultato è che le imprese rese superflue dal mercato vengono favorite dallo Stato, e la loro sopravvivenza è garantita dalla continua espansione di moneta e credito bancario. Immobilizzando capitale prezioso che sarebbe meglio impiegare nella produzione voluta dai consumatori, l'economia nel suo insieme ne risulta sempre più frenata.
Il problema è lo Stato, non il settore privato. Col tempo l'economia si allontana dalla condizione in cui il cliente è re e l'impresa è al suo servizio, per arrivare a imprese che, con il sostegno dello Stato, dicono al consumatore che cosa gli è permesso comprare. I debiti per finanziare questo ribaltamento dei ruoli si accumulano, non da ultimo nelle mani del consumatore, incoraggiato a spendere denaro che non possiede. Il PIL sale, quindi missione compiuta.
Solo che salgono anche i prezzi, il che, detto in altro modo, significa che il potere d’acquisto del denaro che riceviamo come produttori compra meno quando consumiamo, e i nostri risparmi vengono svalutati. Ma ci dicono di non preoccuparci, perché c'è altro denaro che esce dal nulla per pagare tutto. Finché un giorno non succede più.
Osservazioni conclusive
Per capire l'economia occorre guardare a quanto bene essa progredisce, non ai totali monetari rappresentati da statistiche come il PIL. Il PIL è poco più di un'identità contabile, ma è diventato la misura del benessere economico per lo Stato. La conseguenza è che la spesa finanziata dal debito ha progressivamente sostituito la genuina domanda dei consumatori.
Nonostante tutto questo, i consumatori, con i loro desideri e le loro necessità, continuano a guidare il progresso e, quando i pericoli immediati per la vita normale introdotti dagli interventi statalisti si attenuano, resta il fatto che la vita va avanti. Produciamo per consumare, con grande sorpresa degli economisti neoclassici che combattono le battaglie di ieri e che hanno abbandonato la legge di Say. Se è vero che una persona su un milione non capisce il denaro, meno di una su dieci milioni capisce le conseguenze di confondere il PIL con il progresso economico.
Ed è per questo che, nonostante tutti i mali monetari dell'Eurozona, l'economia in molti paesi della federazione sembra andare bene. È per questo che la revisione al ribasso delle previsioni sul PIL da parte della Fed di Atlanta è irrilevante. Ed è certamente per questo che la Banca d'Inghilterra è stata così fuorviata nel giudicare le conseguenze economiche della Brexit.
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