Il giorno della resa dei conti per il credito improduttivo è ormai in vista. Con le finanze pubbliche del G7 fuori controllo, per tutti i Paesi scatta la trappola del debito, con la sola eccezione della Germania.
Gli investimenti sbagliati degli ultimi cinquant'anni vengono messi a nudo dall'aumento dei tassi d'interesse, un rialzo determinato dal calo della fiducia nel valore delle principali valute e dalla contrazione del credito bancario. L'aumento dei tassi sta diventando inarrestabile.
Non stupitevi se il deficit del governo USA supererà i 3.000 miliardi di dollari in questo anno fiscale, metà dei quali per il pagamento degli interessi. E in vista delle elezioni presidenziali, tutto lascia pensare che la spesa in deficit aumenterà ulteriormente.
Ora rischiamo di vedere l'America e i suoi alleati trascinati in un altro costoso conflitto in Medio Oriente, che probabilmente spingerà al rialzo i prezzi di petrolio e gas naturale; molto di più se l'Iran diventasse un bersaglio. Con il mondo musulmano più unito che mai contro l'imperialismo occidentale, non escludete la chiusura di Hormuz, e persino di Suez, con conseguenze inimmaginabili per i prezzi dell'energia.
L'era della repressione dei tassi d'interesse è finita. Le banche centrali del G7 hanno tutte un patrimonio netto fortemente negativo, in altre parole sono tecnicamente fallite, una situazione che si può affrontare solo emettendo ancora più credito improduttivo. Sono queste le istituzioni incaricate di garantire l'integrità dell'intero sistema del credito bancario.
Non è un buon contesto per un sistema creditizio globale basato sul dollaro, che sta guardando nel buco nero della propria estinzione.
La fine del dollaro è vicina
Diversi eventi si stanno sommando e fanno pensare che stiamo per vivere un grande sconvolgimento negli affari economici, finanziari e monetari mondiali. È come in uno di quegli incendi boschivi: ne combatti le fiamme davanti a te e scopri all'improvviso che bruciano anche alle tue spalle, poi a destra e a sinistra. Il caldo diventa tale che tutto intorno a te prende fuoco spontaneamente e non c'è via di scampo. È la condizione che i banchieri centrali stanno affrontando oggi.
Proprio quando i tassi d'interesse hanno toccato il picco, sembrano salire di nuovo. Gli investitori sostengono che le banche centrali, nel ruolo di pompieri, debbano abbassare i tassi per salvare i debitori, le banche e se stesse. Ma non sono loro a controllare i tassi d'interesse. Questi vengono fissati dalle trappole del debito e da banche troppo indebitate che cercano di controllare il rischio di credito. La domanda crescente di credito per pagare tassi più alti si scontra con una reticenza crescente a prestare. E per finire, un'alleanza tra Russia, sauditi e Iran sta usando il controllo dell'offerta mondiale di petrolio con l'intento di far salire i prezzi. L'energia è la linfa vitale di ogni economia. L'ultima cosa di cui l'Occidente ha bisogno è un'altra guerra in Medio Oriente. E ora sembra che ce l'avremo anche questa.
La storia del dollaro come valuta di riserva mondiale è stata un passaggio faticoso da una crisi all'altra, con una tendenza al peggioramento. In tempi recenti la bolla creditizia degli anni Novanta si è conclusa con la follia delle dot-com e il suo crollo, seguiti da quella che è stata comunemente definita la grande crisi finanziaria del 2008-2009. Data la situazione attuale, quella definizione sembra una semplice iperbole, perché oggi ci troviamo di fronte a una crisi ancora più grave. È possibile rimandare ancora una volta il problema?
Sembra improbabile, anche tenendo conto dei precedenti salvataggi statali riusciti dalle crisi finanziarie: in qualche modo le autorità sono sempre riuscite a calmare una crisi. Ma questa volta il Sud del mondo, cioè le nazioni che stanno ai margini di tutto questo ma vedono le proprie valute gravemente danneggiate dal confronto sfavorevole con un dollaro in difficoltà, un dollaro costretto a tassi più alti in un mondo che non sa dove altro andare, questo mondo non finanziario è sul punto di abbandonare l'egemonia americana per un nuovo modello che emerge dall'Asia.
La transizione dallo status quo globale sarà inevitabilmente difficile. Il fatto che il governo USA sia intrappolato nel debito e sia costretto a prendere a prestito somme in crescita esponenziale solo per pagare gli interessi sul suo enorme debito non è colpa delle altre nazioni. Ma molte di esse, a loro volta, sono costrette a pagare tassi d'interesse ancora più alti, indipendentemente dalla loro situazione di bilancio e dalla loro bilancia commerciale. Eppure le loro valute continuano a indebolirsi anche rispetto a un dollaro in calo.
La lezione per tutti è di non ascoltare gli economisti matematici che propagandano teorie keynesiane e monetarie. La Russia, con un surplus commerciale e un rapporto debito/PIL inferiore al 20% anche in tempo di guerra, regge il confronto statistico con il governo USA in modo eccellente. Se non fosse la Russia, ne giudicheremmo molto positivamente la condizione finanziaria. Eppure il rublo continua a crollare, costringendo la banca centrale russa ad alzare il tasso d'interesse a breve termine al 15%. La ragione è semplicemente che nessuno si fida dei rubli, mentre si continua a credere nel dollaro come bene rifugio.
Tuttavia, tutto lascia pensare che l'era di 52 anni del dollaro puramente fiat si stia concludendo. Alcuni governi stranieri sembrano liquidare le proprie posizioni in titoli del Tesoro USA per proteggere le rispettive valute. Il Giappone, che sta lottando per evitare un ulteriore crollo dello yen, ha venduto di recente, così come la Cina (anche se per lei possono esserci pure motivi politici). Gli effetti a catena della trappola del debito del dollaro sono evidenti nella debolezza di yen, yuan, rupia ed euro, i cui grafici nei confronti del dollaro sono riportati qui sotto. L'effetto della forza del dollaro sulle valute minori è ancora peggiore.
Tutti presumono che la Fed debba e voglia porre fine a questa follia, non da ultimo per le conseguenze sulle imprese americane troppo indebitate, sulle banche e sullo stesso Tesoro. Ma se la Fed fosse impotente, se la situazione stesse degenerando al di fuori del suo controllo, e se con un taglio del tasso sui fondi il dollaro si indebolisse semplicemente, facendo salire i prezzi al consumo? E se il Tesoro trovasse difficile finanziare l'enorme indebitamento del governo anche a tassi d'interesse più alti?
All'improvviso, questa ipotesi appare sempre più probabile. Il sud globale, che è il nuovo nome con cui si indicano i paesi nel campo delle potenze egemoni asiatiche o che valutano di aderirvi, dovrà trovare un'alternativa all'essere confrontato sfavorevolmente, sui mercati dei cambi, con un dollaro in difficoltà. La spinta verso un sistema monetario del tutto nuovo per i paesi emergenti sta crescendo.
In passato, i currency board che collegavano saldamente al dollaro una valuta in difficoltà sono stati una soluzione efficace. Il problema per tutte le valute non formalmente legate al dollaro è che resteranno sempre forme secondarie di moneta fiat. Esiste una sola risposta: abbandonare il dollaro e tornare ai gold standard, collaudati e affidabili.
L'oro è vera moneta legale a livello internazionale, il cui valore resta costante nel tempo. Il mondo sta imparando a proprie spese che a essere instabile è il credito privo di ancoraggio. E mentre gli Stati Uniti sprofondano sempre più nella loro trappola del debito, una crisi del credito in valuta fiat è appena agli inizi.
In questo articolo esaminiamo i principali elementi in movimento che stanno portando alla fine dell'intero sistema delle valute fiat. Non è in crisi solo il dollaro. Seguendo le stesse politiche monetarie ed economiche, l'Eurozona, il Giappone e il Regno Unito si trovano in difficoltà analoghe, per non parlare di molte altre economie avanzate.
La trappola del debito del governo degli Stati Uniti
Lo scorso maggio, il Congressional Budget Office ha previsto per l'anno fiscale 2023, concluso lo scorso settembre, un disavanzo di bilancio di 1,5 trilioni di dollari, comprensivo di pagamenti netti di interessi sul debito pubblico pari a 663 miliardi. Il grafico della Fed di St. Louis qui sotto mostra che la componente degli interessi è stata fortemente sottostimata. Il dato effettivo è stato di 981 miliardi, il 48% in più di quanto previsto dal CBO.

Nella sua previsione sugli interessi sul debito, il CBO stimava un tasso d'interesse netto del 2,7%. Quando la previsione è stata pubblicata, il tasso sui T-bill a 3 mesi era superiore al 5%, ma la curva dei rendimenti era fortemente invertita, con il titolo del Tesoro USA a 10 anni al 3,7%. Per l'anno fiscale in corso, il CBO stimava un costo medio degli interessi del 2,9%. Ma con un disavanzo dell'anno corrente probabilmente molto più alto, e 7,6 trilioni di dollari di debito del Tesoro USA in scadenza da rifinanziare ai tassi attuali e potenzialmente più elevati, le stime ufficiali sui costi degli interessi sono troppo basse. In effetti, il CBO non prevedeva che i costi degli interessi superassero il 3% prima dell'anno fiscale 2030.
Stime più realistiche metteranno in risalto il rischio della trappola del debito. Il disavanzo a consuntivo è stato dichiarato ufficialmente in 1,69 trilioni di dollari, a cui vanno aggiunti altri 300 miliardi, perché quando la proposta del presidente Biden di cancellare i prestiti studenteschi è stata respinta dalla Corte Suprema, il denaro «risparmiato» è stato semplicemente riportato come riduzione della spesa. Una cifra più veritiera per il disavanzo del 2023 è stata di 2 trilioni di dollari.
Ciononostante, con 981 miliardi, gli interessi sul debito hanno sfiorato la metà del disavanzo totale. Il disavanzo dell'anno fiscale in corso parte con gli interessi su 33,5 trilioni di dollari di debito, di cui 26,3 trilioni in mano al pubblico, e il tasso medio non sarà quello del 2,9% stimato dal CBO. Vediamo già che il costo del finanziamento dei 7,6 trilioni di debito rifinanziati quest'anno, più 1 trilione di costi per interessi già esistenti, è salito oltre il 5%, aggiungendo 200 miliardi di costi per interessi solo su questa parte.
A questo vanno aggiunti ulteriori costi per interessi legati al disavanzo di bilancio sottostante di quest'anno. Non è possibile sapere quanto sarà alto. Ma occorre tenere conto delle conseguenze dei tassi d'interesse più alti, che sono sostanzialmente recessive. Si è dato molto risalto ai dati recenti che mostrano un PIL USA in crescita costante, con un +4,9% nel terzo trimestre, il che porta a giustificare la politica monetaria restrittiva della Fed. Ma questo modo di ragionare contiene errori fondamentali che incidono radicalmente sull'esito del bilancio.
Se guardiamo ai dati grezzi del PIL, vediamo che nell'anno fiscale 2023 il PIL è aumentato di poco meno di 1,9 trilioni di dollari. Includendo il trucco contabile dei prestiti agli studenti, questa cifra è sorprendentemente vicina al disavanzo di bilancio di 2 trilioni di dollari. Anche se non possiamo equiparare in modo assoluto i due numeri, in particolare quando quasi metà del disavanzo è costituita da spesa per interessi, non dovremmo ignorare il fatto che una parte di questi interessi entra nell'economia reale, che ci sono ulteriori disavanzi da parte dei governi statali e che il resto del disavanzo contribuisce quasi interamente al PIL.
Pertanto, invece di un aumento del PIL nominale del 7,5%, il PIL del settore privato è probabilmente aumentato a malapena. Eppure il tasso di inflazione dell'IPC per l'anno fiscale è stato registrato al 3,6%, oppure, secondo Shadowstats.com, basandosi sul metodo di calcolo originale con base 1980, intorno al 12%: a voi la scelta. Possiamo quindi dire che, nonostante i titoli ottimistici sulla crescita e tenendo conto dell'inflazione dell'IPC, gli Stati Uniti sono già in recessione.
Questo è lo sfondo delle prospettive di entrate e spese del governo statunitense per l'anno fiscale 2024, confermato da indagini presso le imprese e da riscontri aneddotici. Già ora si vede che le stime del gettito fiscale saranno inferiori alle attese, perché in una recessione i profitti calano e la disoccupazione sale (quanto alla disoccupazione, le statistiche governative sono notoriamente inaffidabili e si possono tranquillamente ignorare). Mentre il gettito fiscale diminuisce, aumentano le spese assistenziali obbligatorie e gli altri costi. Prendendo come base il disavanzo al netto degli interessi dell'ultimo anno fiscale, pari a circa 1,1 trilioni di dollari, il disavanzo dell'anno in corso sarà sensibilmente maggiore a causa delle conseguenze recessive dei tassi di interesse più alti. Inoltre il presidente Biden sta cercando di far approvare dai tribunali una versione riveduta dell'alleggerimento dei prestiti agli studenti, emblema di ulteriori aumenti della spesa pubblica. Dopotutto, l'anno fiscale in corso è l'ultimo del ciclo delle elezioni presidenziali, in cui tradizionalmente gli elettori vengono comprati con spesa pubblica aggiuntiva.
Ipotizziamo una riduzione delle entrate di 500 miliardi di dollari e un aumento delle uscite di pari importo, che porterebbe il disavanzo al netto degli interessi da circa 1 trilione a 2 trilioni di dollari.
La spesa per interessi sta già crescendo in modo esponenziale. Vediamo che il fabbisogno di finanziamento per il nuovo debito sarà di 2 trilioni di dollari di spesa eccedente, più almeno altri 1,3 trilioni di interessi (tenendo conto dei 7,6 trilioni di debito da rifinanziare), per un totale di oltre 3,3 trilioni. È chiaro che non ci vorrà molto, con un'ulteriore stretta creditizia e la crescente probabilità di uno sciopero degli acquirenti, per spingere la spesa per interessi oltre 1,5 trilioni di dollari.
Tassi di interesse più alti accelerano la trappola del debito
Di recente ho scritto del motivo per cui, in un mondo di valute fiat, i tassi di interesse non rappresentano «il costo del credito», se non forse per chi prende a prestito. Dipendono piuttosto da ciò che un depositante pensa sarà il potere d’acquisto della valuta alla fine del periodo del prestito, più un margine per il rischio di controparte e un altro margine per la perdita temporanea dell'uso dei fondi del depositante, quest'ultimo noto come preferenza temporale. A meno che la Fed non comprenda questo punto (e non ci sono molte prove che sia così), la politica dei tassi di interesse è fatalmente sbagliata.
Ci sono due categorie di prestatori da considerare: quelli nazionali, che in genere sono vincolati, e quelli esteri, che non lo sono. I motivi per cui gli stranieri detengono dollari e attività in dollari riguardano le esigenze di regolamento degli scambi commerciali, compreso l'acquisto di materie prime che sono quasi sempre prezzate e valutate in dollari, e gli investimenti. Su entrambi i fronti le loro esigenze stanno cambiando, probabilmente in peggio. Tassi di interesse più alti stanno colpendo la produzione globale, riducendo la domanda di dollari per il commercio, e a un certo punto porteranno a perdite di portafoglio e a una diffusa liquidazione delle attività in dollari da parte degli investitori esteri.
Gli interessi esteri in dollari sono suddivisi come mostrato nella tabella seguente.

Fatta eccezione per il debito a breve termine di 7,293 trilioni di dollari, il resto di queste attività finanziarie è altamente sensibile ai tassi di interesse, e le azioni lo sono in modo particolare, essendo la categoria di investimento più grande. Il grafico successivo mostra il divario di valutazione che si è già aperto tra l'aumento dei rendimenti obbligazionari e le azioni rappresentate dall'indice S&P 500 (indicato dalla freccia).

Il grafico mostra la stretta correlazione negativa tra il rendimento dell'obbligazione a lungo termine (scala di destra) e l'indice S&P 500 (scala di sinistra), invertendo il rendimento. Dalla crisi di Lehman, il calo del rendimento obbligazionario ha trainato al rialzo l'S&P, fino a una divergenza estrema nel luglio 2020. Da allora la divergenza si è invertita in modo spettacolare, a indicare che l'S&P è ora enormemente sopravvalutato rispetto ai rendimenti obbligazionari e che un forte calo delle azioni è quasi certo. Su questa base, un obiettivo per l'S&P (attualmente a 4.120) compreso tra 500 e 1.000 può essere giustificato, se questo divario di valutazione dovrà chiudersi e se il rendimento dell'obbligazione a lungo termine rimarrà ai livelli attuali o più alti.
Se, come sembra molto probabile, i rendimenti dei titoli di Stato statunitensi saliranno da questi livelli, le azioni americane sono destinate a un crollo significativo. In tal caso, con il calo del valore delle attività finanziarie, c'è poco dubbio che gli investitori esteri ridurranno drasticamente la loro esposizione. Una parte di questa riduzione porterà probabilmente a maggiori saldi a breve termine presso le banche e in T-bill. Ma è difficile immaginare che la liquidazione di attività statunitensi da parte di investitori esteri non comporti vendite di dollari. Una parte di questa liquidità tornerà inevitabilmente alle valute di origine, perché da un punto di vista contabile è sempre l'opzione priva di rischio. Ma una parte confluirà inevitabilmente nell'oro fisico, perché è il denaro internazionale privo di rischio.
Perché i tassi di interesse saliranno da qui e quali saranno le conseguenze
Il divario di valutazione tra obbligazioni e azioni non è una peculiarità degli Stati Uniti, ma è comune anche ad altre giurisdizioni finanziarie. Il fatto che esista indica che gli investitori stanno scontando tassi di interesse più bassi nel tempo. Ma cosa succede se si sbagliano e i tassi sono destinati a salire ancora?
Nell'introduzione ho citato l'alleanza tra Russia, Arabia Saudita e Iran che, insieme al Consiglio di cooperazione del Golfo, dominano l'offerta globale di petrolio e gas. Questi paesi hanno interesse a far sì che il valore del petrolio, prezzato in dollari in calo, sia mantenuto in termini reali. Inoltre, la Russia vede i prezzi dell'energia come un'arma economica utile per fare pressione sui membri europei della NATO, con l'obiettivo di separarli dal controllo americano. E ora ci troviamo di fronte a un nuovo punto critico tra Israele e Hamas, che rischia di estendersi a un conflitto che coinvolga America e Iran, con la possibile chiusura dello Stretto di Hormuz e, forse, anche di Suez.
Per ora i mercati sembrano compiacenti di fronte a questi fattori. Ma con l'evolversi della situazione è improbabile che duri, e i prezzi di petrolio e gas potrebbero salire in modo significativo con l'aumentare di questi rischi.
Le scorte energetiche europee non bastano a superare l'inverno e le riserve strategiche degli Stati Uniti sono esaurite. Non c'è momento migliore perché il cartello OPEC+ spinga i prezzi al rialzo, e con il recente taglio dell'offerta di 1,3 milioni di barili di petrolio al giorno è esattamente ciò che stanno facendo sauditi e russi. È probabile che anche i prezzi del gasolio da riscaldamento e del diesel salgano con forza, non foss'altro perché la Russia ha smesso di esportare questi distillati. L'importanza del diesel sta nel fatto che oltre il 95% della logistica distributiva europea si basa sulla trazione diesel, il che aumenta i costi di produzione e consegna di tutti i beni di consumo.
I prezzi al consumo sono ciò che le banche centrali osservano quando fissano i tassi di interesse. E a causa dei fattori energetici, le prospettive sono di una nuova accelerazione dei prezzi al consumo e all'ingrosso. Inoltre, i bilanci delle banche commerciali sono fortemente indebitati, e le banche si sono trovate con il valore degli investimenti obbligazionari in calo mentre i costi di finanziamento sono saliti oltre i rendimenti. Si ritrovano con prestiti immobiliari commerciali e finanziamenti alle imprese minacciati da tassi più alti e da condizioni recessive. Nell'attuale contesto di tassi, ci sono pochissimi acquirenti per questi attivi se le banche sono costrette a liquidare le garanzie a copertura dei prestiti. Di conseguenza, stanno riducendo i prestiti e alleggerendo il rischio dei propri bilanci dove possono.
Ecco perché, indipendentemente dalla politica delle banche centrali, la scarsità di credito sta spingendo al rialzo i tassi sui prestiti e sta aumentando il costo di rinnovo del debito in scadenza, sempre che il credito sia effettivamente disponibile, cosa che sempre più raramente accade. È una stretta creditizia all'antica, che non si vedeva davvero dagli anni Settanta. E è appena cominciata.
Queste condizioni sono molto diverse dal lungo calo dei tassi di interesse iniziato negli anni Ottanta e dal periodo successivo, in cui i tassi sono rimasti a zero o al di sotto. Il mondo delle valute fiat si è destabilizzato, non per il distacco dall'oro e l'adattamento del mercato a esso, come negli anni Settanta, ma per l'estrema compressione dei tassi di interesse, gli eccessi inflazionistici, la creazione di debito improduttivo e gli enormi sovraccarichi di debito pubblico. Nel 2022 i rapporti debito/PIL dei paesi del G7 erano in media del 128%. In testa alla lista c'era il Giappone con il 260,1%, seguito dall'Italia con il 144%, dagli Stati Uniti con il 121,3%, dalla Francia con il 111,8%, dal Canada con il 107,4%, dal Regno Unito con il 101,9% e dalla Germania con il 61,8%. Le condizioni di instabilità valutaria degli anni Settanta, con i loro tassi di interesse più alti, sono tornate, e questo porta a una domanda cruciale: come si continueranno a finanziare questi disavanzi di bilancio?
I disavanzi statunitensi sono stati finanziati fin dai primi anni Ottanta all'interno di una tendenza di lungo periodo di rendimenti obbligazionari in calo, quindi ogni partecipante alle aste di titoli ha iniziato a sapere che, col tempo, il valore delle obbligazioni sarebbe sempre migliorato, anche se le prospettive a breve erano incerte. Ora non è più così.
Sarebbe un errore ignorare l'abilità con cui le autorità e i primary dealer gestiscono le aste del debito, ma con una tendenza al rialzo dei tassi ci saranno inevitabilmente momenti in cui le aste falliranno. Negli anni Settanta ciò accadde più volte nel Regno Unito, soprattutto perché il Tesoro britannico, di fatto, gestiva l'ufficio per la gestione del debito attraverso il controllo sulla Banca d'Inghilterra, e i funzionari del Tesoro non comprendevano i mercati. Ciononostante, si videro emissioni di gilt con cedole del 15% e oltre. Immaginate che cosa farebbero oggi tassi di finanziamento simili alle finanze pubbliche, con un rapporto debito/PIL medio del G7 pari al 128% lo scorso anno.
Piuttosto rapidamente, alcuni governi si troveranno inevitabilmente di fronte a gravi difficoltà di finanziamento, risolvibili solo con mezzi apertamente inflazionistici.
L'intero sistema bancario del G7 è in crisi
Un ulteriore problema derivante dagli eccessi del passato è che l'intero sistema bancario, dalle banche centrali in giù, versa in condizioni critiche. Le banche centrali che hanno attuato il QE lo hanno fatto insieme alla repressione dei tassi di interesse. Il successivo aumento dei tassi ha comportato perdite sostanziali da valutazione ai prezzi di mercato, che, se contabilizzate in modo realistico, azzererebbero il loro patrimonio molte volte. Le banche centrali sostengono che ciò non sia rilevante perché intendono detenere i propri investimenti fino alla scadenza. Tuttavia, in un eventuale salvataggio delle banche commerciali, la loro insolvenza tecnica potrebbe diventare un ostacolo, minando la fiducia nelle rispettive valute.
In quanto valuta di riserva dell'intero sistema globale di valute fiat, il dollaro, e tutto il credito bancario basato su di esso, rischia di essere l'epicentro di una crisi bancaria globale. Se altre valute si indebolissero o crollassero, potrebbe verificarsi una temporanea fuga di capitali verso il dollaro prima che subentri un contagio finanziario più ampio. Ma se il dollaro crolla per primo, crollano anche tutte le altre.
La condizione del sistema bancario statunitense è quindi fondamentale per l'economia globale. Ma ci sono ora segnali che il credito bancario statunitense non solo non cresca più, ma si stia contraendo bruscamente.

Il grafico qui sopra mostra la somma di tutti i depositi delle banche commerciali più i pronti contro termine inversi presso la Fed. Questi ultimi, tecnicamente, non sono in circolazione pubblica, ma sono stati una forma alternativa di deposito per i grandi fondi del mercato monetario che altrimenti si sarebbe riflessa nei depositi bancari. Di recente, dopo essere saliti da zero a un massimo di 2.334,3 miliardi di dollari lo scorso settembre, i pronti contro termine inversi sono poi scesi di 1.250 miliardi. Sottraendo questa variazione dai depositi bancari, la contrazione effettiva del credito bancario risulta pari a 1.918 miliardi di dollari, ovvero un calo del 9,4% rispetto al picco di inizio anno.
Questa contrazione del credito nel sistema bancario è probabilmente dovuta al passaggio dei fondi dai pronti contro termine inversi ai Treasury bill, debito pubblico a breve termine considerato la forma di investimento più sicura. È del tutto coerente con una riduzione del rischio nel credito bancario e in quello del sistema bancario ombra.
La situazione delle altre principali valute fiat differisce soprattutto nei dettagli. È un triste dato di fatto che le norme di Basilea III abbiano affrontato i problemi di liquidità dei bilanci, ma non siano riuscite a contenere l'espansione eccessiva del credito bancario rispetto al capitale degli azionisti. Di conseguenza, le autorità di vigilanza dell'Eurozona e del Giappone hanno tollerato rapporti attivo/patrimonio superiori a venti volte per le loro banche di rilevanza sistemica globale, mentre in passato rapporti da dodici a quindici volte erano considerati pericolosamente alti. La contrazione del credito bancario è quindi probabilmente più catastrofica in queste giurisdizioni che negli Stati Uniti, dove i rapporti delle principali banche commerciali sono comunemente inferiori a dodici volte.
La stima dei rapporti di bilancio non racconta tutta la storia. Ci sono anche fattori fuori bilancio, principalmente le passività nei mercati dei derivati regolamentati e over the counter, che per le G-SIB superano l'intero ammontare dei loro bilanci messi insieme. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, l'open interest nei future regolamentati ammontava a 37.000 miliardi di dollari a giugno 2023, e a dicembre dello scorso anno il valore nozionale dei derivati OTC era pari ad altri 630.000 miliardi, per un totale di 667.000 miliardi. Banche, compagnie di assicurazione e fondi pensione sono le controparti di queste transazioni, e il fallimento di una controparte significativa attiva in questi mercati potrebbe minacciare l'intero sistema finanziario occidentale.
Il quadro generale è quello di una bolla degli asset giunta al termine. E, con qualsiasi metro di giudizio, questa è stata la più grande della storia documentata.
La geopolitica e la rinascita dell'oro
Il problema delle valute fiat rischia di diventare più immediato per effetto di un nuovo fattore: quasi quattro miliardi di persone che si stanno rapidamente industrializzando sotto la guida di Cina e Russia. Le evidenze suggeriscono con forza che questi due egemoni vedano le questioni monetarie in modo simile all'autore di questo articolo e che siano ormai pronti a proteggersi da un imminente crollo delle valute dei loro nemici occidentali.
Cina e Russia hanno accumulato quantità significative di oro e, per produzione mineraria, sono di gran lunga i maggiori produttori al mondo. La prospettiva che i due egemoni asiatici tornino a un sistema basato sull'oro è destinata a richiamare l'attenzione, per contrasto, sulle debolezze e sulle fallacie che stanno dietro alle valute fiat.
Per chi di noi vive sotto il giogo di un credito fiat slegato da qualsiasi valore tangibile, esiste una sola via di scampo da un sistema bancario che ora sta implodendo: possedere il più possibile moneta legale, che, sia per legge consolidata sia per abitudine umana, è l'oro in lingotti e monete. L'argento fisico è il denaro per gli acquisti più piccoli. Per questo Goldmoney è stata fondata più di vent'anni fa, con l'obiettivo di offrire un rifugio sicuro da un sistema monetario destinato prima o poi a crollare. Quel momento sembra ormai arrivato.
La probabilità di un crollo del dollaro è accresciuta dalla serie di fallimenti della politica estera statunitense. Iraq, Siria e Afghanistan sono nell'elenco, insieme ad altre iniziative, come il crollo della Libia, che ha causato il caos dei rifugiati in Europa. Pare che anche l'Ucraina sia una causa persa. E ora l'alleanza occidentale si schiera con Israele nel suo tentativo di estirpare Hamas da Gaza.
Qualsiasi analisi obiettiva indica che un coinvolgimento degli Stati Uniti porterebbe molto probabilmente Hezbollah nel conflitto, il che coinvolge Siria e Iran. Ci sono risorse statunitensi in Siria, che diventerebbero allora un bersaglio per l'Iran, e l'Iran può bloccare con facilità lo Stretto di Hormuz, strozzando il 20% dell'offerta mondiale di petrolio e il 18% del GNL. In tal caso i prezzi dell'energia salirebbero ovviamente molto di più, spingendo con forza al rialzo i tassi d'interesse del G7. Un'analisi razionale suggerisce che questa possibilità dovrebbe indurre l'America e i suoi partner NATO a fare un passo indietro e a tentare una soluzione diplomatica.
Le evidenze indicano il contrario: America e Gran Bretagna inviano portaerei nel Mediterraneo orientale e i caccia russi Mig pattugliano il Mar Nero, a distanza di tiro dalle portaerei dell'alleanza occidentale.
Ciò che è cambiato è l'unità musulmana, resa ancora più salda dai danni collaterali inflitti da Israele ai civili palestinesi. Musulmani sunniti e sciiti, che rappresentano due miliardi di persone, sono ora uniti contro l'alleanza occidentale e la sua cultura. La politica statunitense del divide et impera non è più adeguata.
La politica estera statunitense è a pezzi. Se insisterà nel voler riaffermare il proprio dominio sul Medio Oriente intervenendo militarmente, gli Stati Uniti non avranno il sostegno degli ex partner regionali e, inevitabilmente, la minaccia alle forniture di petrolio dividerà i partner NATO. Se invece deciderà di non intervenire, ciò confermerà al Medio Oriente e al Sud globale che i suoi giorni di egemone globale sono finiti.
In ogni caso le prospettive per Re Dollaro non sono buone. In uno scenario di guerra potrebbe esserci una fuga temporanea verso il dollaro, prima che le implicazioni per i tassi d'interesse e per il valore delle attività finanziarie siano comprese meglio. Se gli Stati Uniti faranno un passo indietro, potrebbe esserci un temporaneo rally di sollievo delle attività finanziarie, ma il messaggio per il dollaro è che è posseduto in eccesso e che, con il declino della potenza statunitense, andrebbe venduto sui mercati valutari in cambio di oro.