Domenica scorsa è iniziata la conferenza annuale del Partito Conservatore, e l'attenzione dei media si è concentrata soprattutto sulla posizione del governo sulla Brexit.
Non sorprende, perché la signora May mantiene il riserbo, evitando di alimentare uno scontro pubblico con l'UE negoziando alla luce del sole. L'unica notizia concreta emersa è che l'articolo 50, con cui si notifica formalmente l'uscita del Regno Unito dall'UE, sarà attivato entro la fine di marzo, cioè prima della fine di questo anno fiscale.
La Brexit riguarda soprattutto gli accordi commerciali, ed è per questo che le grandi aziende fanno pressioni intense e i funzionari dell'UE inaspriscono la loro retorica punitiva. Negli Stati Uniti, anche Donald Trump ha alzato i toni sul commercio, minacciando di stracciare il NAFTA e di rifiutarsi di ratificare il partenariato trans-Pacifico. Ha attaccato anche la Cina, accusandola di sottrarre produzione e posti di lavoro agli americani. Non dovremmo mai credere a ciò che un politico dice in campagna elettorale per ottenere voti, ma se non altro Trump sembra aver individuato il risentimento degli elettori sul tema del commercio.
Questo articolo esamina la teoria alla base del commercio e conclude che l'obiettivo economico chiaro dovrebbe essere il libero scambio, non la tutela di interessi costituiti. Conclude però anche che approcci diversi a questo tema spinoso potrebbero accentuare la divisione del commercio mondiale in due flussi separati: da un lato le economie emergenti in rapida crescita, dall'altro un vecchio ordine sempre più fiacco.
Corn Laws e Smoot-Hawley
Il libero scambio divenne una questione politica in Gran Bretagna quando l'Importation Act del 1815, che imponeva dazi sul grano importato, portò a prezzi del grano artificialmente alti, a vantaggio dei proprietari terrieri e a spese dei poveri. La legge fu abrogata dall'Importation Act del 1846. Queste leggi sono note rispettivamente come Corn Law e come la sua abrogazione.
Il dibattito che precedette la legge del 1815 trova eco ancora oggi: i produttori cercano sempre di svantaggiare la concorrenza estera, a danno del consumatore. Ci sono però ottimi motivi per credere che l'abolizione di barriere commerciali e dazi sarebbe altrettanto benefica per le economie attuali quanto lo fu l'Importation Act del 1846 per la Gran Bretagna e per l'economia globale di allora. Allo stesso modo, se è vero, restrizioni commerciali e dazi frenano il progresso economico, e qualsiasi paese che adotti maggiori restrizioni commerciali persegue quindi una deliberata politica di disoccupazione. Per avere la prova che è davvero così, basta guardare alla catastrofica introduzione dello Smoot-Hawley Act del 1930 negli Stati Uniti.
Molti politici dell'epoca attribuivano il successo dell'America negli anni Venti a una precedente legislazione protezionista, il Fordney-McCumber Tariff del 1922. Gli economisti di allora, tenendo presente che erano tempi pre-keynesiani, la pensavano in modo molto diverso dalla classe politica: secondo loro i ruggenti anni Venti erano avvenuti nonostante il Fordney-McCumber, non grazie ad esso. Quando 1.028 economisti scrissero al presidente Hoover perché ponesse il veto allo Smoot-Hawley, egli ignorò il consiglio e lo firmò, perché coerente con la sua «politica dei salari alti» per i lavoratori americani. Oggi gli storici dell'economia tendono a ridimensionare lo Smoot-Hawley e si concentrano invece sul crollo del mercato e sulla spiegazione di Irving Fisher, basata sulla deflazione da debito, per il collasso di circa 9.000 banche. Con il senno di poi, keynesiani come JK Galbraith attribuirono la depressione al crollo di Wall Street, al conseguente crollo della spesa per investimenti e al crollo della domanda dei consumatori.
Furono errori miopi, che riflettevano solo una parte della storia. Il protezionismo americano provocò ritorsioni da parte dei principali partner commerciali, e i produttori americani scoprirono che i dazi sulle materie prime e sui semilavorati importati, imposti dal loro stesso governo, rendevano i loro prodotti troppo costosi, mettendoli fuori mercato. Ne seguirono un'ondata di fallimenti industriali e una forte contrazione sia del commercio interno sia di quello internazionale. Il risultato finale fu che, secondo le stime, il commercio mondiale si ridusse da 35,6 miliardi di dollari a meno di 12 miliardi tra il 1929 e il 1934.1
L'effetto sui prezzi delle materie prime fu catastrofico. Invece di proteggere gli agricoltori americani, una preoccupazione importante per il presidente Hoover, il crollo dei prezzi del grano nel 1930-32 (che erano già in calo per tutti gli anni Venti) causò grandi difficoltà agli agricoltori, non solo in America ma in tutto il mondo. Il frumento, che nel 1920 aveva raggiunto un picco di 2,45 dollari per bushel, scese a un minimo di 49 centesimi nel 1932. Ci sono pochi dubbi che le restrizioni commerciali imposte con gli alti dazi dello Smoot-Hawley Act del 1930 abbiano avuto un ruolo importante nell'aggravare la Grande Depressione, facendo scendere i prezzi delle materie prime e portando al fallimento agricoltori, imprese commerciali e banche.
La teoria del commercio oggi
Le lezioni della storia del commercio e le loro spiegazioni attendibili, dalle Corn Laws britanniche allo Smoot-Hawley Act americano, sono per lo più ignorate dai macroeconomisti di oggi. I politici attribuiscono d'istinto i deficit commerciali alla concorrenza estera sleale, mentre in realtà i deficit commerciali sono il risultato dell'espansione del credito, della contrazione del risparmio e dei deficit pubblici. Per questo l'ignoranza di Donald Trump in materia di commercio richiama gli spaventosi errori di valutazione del presidente Hoover nel 1930. I politici riescono a pensare alla tutela dei posti di lavoro solo in base alla comprensione degli effetti di primo ordine, mostrando una cieca ignoranza delle conseguenze successive.
Oggi le cose sono diverse, perché esiste un'Organizzazione mondiale del commercio che stabilisce regole, per lo più ignorate, guarda caso, dall'America e a seguire dall'UE. Ne è nato un mondo a due binari, in cui America e UE tendono a consentire il commercio internazionale in misura limitata, mentre le nazioni emergenti commerciano tra loro in modo relativamente libero. Non serve un indovino per capire quale delle due categorie cresca più rapidamente dell'altra.
Un'altra differenza è che l'economia è passata dal pensiero classico a quello neoclassico, il che significa che sono cambiati anche i consigli degli esperti ai politici. Non aspettatevi che 1.028 economisti scrivano al presidente Trump (o Clinton) per avvertirlo degli effetti tossici delle restrizioni commerciali, come fecero con il presidente Hoover. Nell'UE i benefici del libero scambio sono riconosciuti solo tra gli Stati membri, ma il motivo per cui il loro «DNA commerciale» differisca da quello del resto del mondo non viene né messo in discussione né spiegato. Da tutta questa confusione emerge la Gran Bretagna che, con la Brexit, ha votato per rompere i ranghi in materia di commercio.
Purtroppo la classe politica britannica, con relativamente poche eccezioni, sembra ignorare le questioni di politica commerciale quanto Donald Trump. I politici sono più sensibili alle pressioni delle società di lobbying, interessate soprattutto a proteggere i propri mercati e i propri margini di profitto, che alla ragione economica. I consulenti politici e i funzionari pubblici tendono a essere soci a pieno titolo del Club keynesiano, convinti che tutti i problemi economici si possano risolvere con la gestione della domanda nell'economia interna, promuovendo la fiducia dei consumatori.
La posizione britannica
Con tutti i condizionamenti istituzionali del suo incarico e sotto la pressione delle lobby industriali, la signora May, Primo Ministro, avvierà a breve i negoziati commerciali con l'UE. Per il momento mantiene le carte coperte e rifiuta di sbilanciarsi, sia con la stampa sia con i parlamentari del suo stesso partito. È una scelta sensata, se si limita a resistere alle pressioni delle lobby e ha in mente un obiettivo chiaro.
È del tutto possibile, ma non abbiamo modo di saperlo, e non dobbiamo dimenticare che la maggioranza del gabinetto britannico è fermamente legata all'establishment. Tuttavia, possiamo supporre che i suoi due ministri per la Brexit stiano silenziosamente cercando la strada verso accordi di libero scambio, o di scambio relativamente libero, con il Commonwealth, la Cina e diversi altri candidati, che li accoglieranno a braccia aperte.
Lo ha confermato in parte Liam Fox, Ministro del Commercio Internazionale, che nel suo discorso alla conferenza ha affermato che gli accordi commerciali esistenti tra altri paesi e l'UE verrebbero semplicemente trasferiti al Regno Unito il giorno della Brexit. La Nuova Zelanda ha persino offerto di prestare alla Gran Bretagna i propri negoziatori commerciali per accelerare il processo con altri Stati. In base alle regole della nazione più favorita dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, la Gran Bretagna dovrebbe poi offrire condizioni analoghe agli altri suoi partner commerciali, compresa l'UE, il che sembra indicare che la Gran Bretagna può diventare facilmente un'area di libero scambio.
Non sarà nell'interesse commerciale dell'UE respingere una proposta di libero scambio del Regno Unito, perché gli altri paesi dell'UE sono esportatori netti verso la Gran Bretagna. Tuttavia, l'UE potrebbe benissimo decidere di respingere una proposta commerciale britannica per ragioni puramente politiche, dato che Bruxelles vorrà scoraggiare altri Stati membri dal seguire l'esempio britannico e dal decidere di lasciare l'Unione.
Se così fosse, non tutto sarebbe perduto, perché la Gran Bretagna potrebbe facilmente ridurre l'imposta sulle società per compensare le multinazionali e gli esportatori con sede nel Regno Unito delle perdite dovute all'intransigenza dell'UE. Con una combinazione di alcuni accordi di libero scambio chiave, che si possono firmare molto rapidamente, e dell'arma fiscale, la Gran Bretagna può di fatto dire ai suoi partner dell'UE: prendere o lasciare. Sarebbe molto più efficace e pratico che cercare di negoziare un accordo commerciale complesso, che richiede il sostegno politico di tutti gli altri 27 Stati dell'UE.
I critici della Brexit e le società di lobbying trascurano anche un punto fondamentale. L'UE è un progetto fallito e, con ogni probabilità, sta sprofondando in un buco nero creato da se stessa. Sappiamo tutti che il sistema bancario dell'Eurozona è in grave difficoltà, ma pochi si prendono la briga di approfondire. Le banche sono solo il messaggero. Le economie italiana, spagnola e francese sono in grave declino, per non parlare di Portogallo e Grecia. Quindi si possono sistemare le banche quanto si vuole, ma non si risolverà il problema di fondo.
Man mano che queste verità diventeranno sempre più evidenti, le aziende britanniche che oggi fanno pressione per l'accesso ai mercati dell'UE scopriranno di aver perso tempo. Per questo motivo, rinviare l'attivazione dell'articolo 50 a marzo del prossimo anno potrebbe rafforzare la posizione negoziale della Gran Bretagna, a causa del declino economico dell'UE.
Due binari nel commercio mondiale
Dobbiamo tornare al tema dei due approcci contrapposti al commercio mondiale, con i paesi emergenti che commerciano più liberamente degli Stati Uniti e dell'UE con le loro barriere tariffarie. In passato i paesi emergenti subivano un notevole svantaggio, perché veniva loro negato l'accesso ai mercati americano ed europeo, spesso con pretesti speciosi. La loro situazione era simile a quella dei paesi del primo dopoguerra, che, impoveriti dalla guerra, non erano in grado di reagire alla legge tariffaria Fordney-McCumber del 1922 negli Stati Uniti.
Oggi l'equilibrio di potere nel commercio si è spostato in modo significativo: i paesi emergenti commerciano sempre più tra loro e dipendono sempre meno dagli scambi con gli Stati Uniti. Inoltre, sia nei confronti dell'UE sia degli Stati Uniti, l'Organizzazione Mondiale del Commercio garantisce che la maggior parte dei dazi applicati sia molto inferiore alle aliquote punitive dello Smoot-Hawley.
La Cina ha numerosi accordi di libero scambio propri, i più importanti dei quali sono l'Area di libero scambio ASEAN-Cina e l'Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Non c'è dubbio che la Cina e i suoi partner di libero scambio sopportino sempre meno l'approccio americano al commercio e si stiano allontanando dalla sfera d'influenza americana. Inoltre, il pericolo, sia per gli Stati Uniti sia per l'UE, è che il loro approccio protezionistico al commercio stia danneggiando le loro stesse prestazioni economiche, probabilmente più di quanto si rendano conto.
Questo non impedirà a Stati Uniti e UE di intensificare la propria autarchia: i primi considerano il resto del mondo come esistente solo per eseguire i loro ordini, la seconda nutre rancore verso qualsiasi commercio che sfugga al suo controllo. Inevitabilmente, questo introduce fattori geopolitici nell'argomento. Essendo già in difficoltà nella sua strategia geopolitica, Washington non vorrà vedere il Regno Unito concludere accordi di libero scambio con la Cina e, forse col tempo, con la Russia. Una preoccupazione fondamentale è che il commercio con questi partner dei mercati emergenti metta sempre più in secondo piano il dollaro e favorisca gli interessi dei suoi nemici, cosa che il Regno Unito sta già facendo incoraggiando le contrattazioni in yuan a Londra.
Dietro le quinte, sembra certo che l'America scoraggerà la Gran Bretagna dal perseguire la strada del libero scambio. Pertanto, i sostenitori del libero scambio nel governo britannico si scontrano con un establishment permeabile ai consigli e alle minacce di interessi consolidati, tra cui UE, Stati Uniti e multinazionali che fanno lobbying, dominate da interessi americani. Gli economisti neoclassici e i politici che consigliano, non avendo modo di valutare lo scenario alternativo, in genere non conosceranno i danni causati da questo approccio e non sosterranno il libero scambio.
La tentazione sarà quella di trovare una sorta di compromesso. Ma la vera scelta che la Gran Bretagna ha davanti è netta, bianco o nero: restare con il vecchio modello imperialistico in declino, oppure unirsi al nuovo, abbracciando il libero scambio come beneficio economico generale per tutti.
iClough, Shephard e Cole, Economic History of Europe (Boston, DC Heath & Co 1941)
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